I sentieri dell’abitudine, oltre i cancelli dell’Hotspot

Claudia Ruffo - Agenzia NEV
I sentieri dell’abitudine, oltre i cancelli dell’Hotspot

Roma (NEV), 8 novembre 2017 – La rubrica “Lo sguardo dalle frontiere” è a cura degli operatori e delle operatrici di Mediterranean Hope (MH), il progetto sulle migrazioni della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI). Questa settimana “Lo sguardo” e le foto provengono da Lampedusa, a firma di Claudia Ruffo, volontaria MH.

Camminando nei dintorni dell’Hotspot di Lampedusa si può facilmente riconoscere un reticolato di sentieri tracciati dai lunghi e ripetuti passaggi dei migranti che percorrono questi viottoli avanti e indietro, tutti i giorni, per raggiungere il paese.

Ovviamente il centro ha un suo ingresso ufficiale con tanto di cancello, guardiania e controllo da cui entrano ed escono regolarmente i dipendenti e tutti gli operatori che vi lavorano. Eppure, i migranti ospitati all’interno, che siano in 50 o 1000, tutti, indistintamente devono scavalcare il muro o passare dal buco della rete per uscire e rientrare. Il cancello per loro non si apre.

Sosta nella piazza e sugli scalini della Chiesa dove prende il wifi gratuito per tutti
È sotto gli occhi di tutti, lampedusani, turisti, forze dell’ordine e istituzioni, che i migranti passeggiano, consumano e mangiano in paese. Sostano davanti alla chiesa per captare il wifi o giocano a pallone nella piazza. Sono sbarcati a Lampedusa per una vita migliore con mezzi di fortuna e adesso aspettano il loro destino. Restano sull’isola per tempi indeterminati, talvolta oltre le 3 settimane e aspettano la loro nuova destinazione. Durante questa attesa il bisogno di svagarsi, di andare al bar o fare qualcosa che somigli ad una vita, diventa l’unico scopo della giornata. Uscire e andare in paese è l’unica cosa fattibile sull’isola. Il cancello chiuso è solo un dettaglio, si esce da dietro, dal buco, tutti lo sanno, anche i nuovi appena sbarcati lo imparano subito, non serve chiedere, è così da sempre.

Questa contraddizione, evidente e plateale, mi è parsa incomprensibile e nessuno, in tanti giorni, ha saputo darmi una spiegazione. È per tutti un mistero.

Ufficialmente non vi sono norme che sostengano la reclusione dei migranti dopo aver eseguito le pratiche di identificazione e di controllo sanitario. Nessuna legge, in assenza di reato, permette la custodia oltre le 48, massimo 72 ore. Nonostante questo, il cancello del centro è chiuso ai migranti tranne per il loro primo accesso e la loro partenza in occasione del trasferimento in Sicilia o rimpatrio nei rispettivi paesi di origine.

Nel giugno 2017 il Rapporto del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute e private della libertà personale su Cie e Hotspot dopo 2 sopralluoghi, evidenzia e denuncia la gravità del fatto invitando le istituzioni competenti, nella caso di Lampedusa trattasi della Prefettura di Agrigento, a provvedere quanto prima nell’organizzare il centro Hotspot senza ricorrere allo strumento di “detenzione”.

Purtroppo è vero che allo stato attuale gli Hotspot hanno un’incerta disciplina giuridica essendo regolati, nello specifico, soltanto da un documento, le “procedure operative standard” (SOP), pubblicato dal Ministero dell’interno e finalizzato a illustrare le modalità di gestione delle procedure applicabili in questi luoghi, ma che in merito alla questione indica esattamente “…la persona può uscire dall’Hotspot solo dopo essere stata foto-segnalata concordemente con quanto previsto dalle norme vigenti, se sono state completate tutte le verifiche di sicurezza nei database, nazionali ed internazionali, di polizia”.

E allora di che stiamo parlando? O meglio di che cosa NON stiamo parlando? Sembra un paradosso eppure è così. Sono certamente molti gli aspetti da segnalare e migliorare sulle condizioni, sui tempi, sulle modalità e sui luoghi di gestione dei flussi migratori, ma non è pensabile di soprassedere al principio di legalità. Mantenere chiuso il cancello dell’Hotspot di Lampedusa ma lasciare che si scavalchino le recinzioni è un invito alla illegalità. È un messaggio istituzionale grave che reca danno allo Stato e alla cittadinanza, ridicolizzando l’applicabilità e l’attendibilità del nostro sistema normativo prima ancora di conoscerne la legge. Alla luce del giorno, tutti i migranti che stanno all’Hotspot infrangono serenamente la legge esercitando un loro diritto. Tutti lo sanno, tutti lo vedono.

È condiviso e logico per tutti, oltre che legalmente corretto, lasciare libero il passaggio in entrata ed uscita. A Taranto i migranti sono dotati di un badge e possono regolarmente uscire ed entrare dal centro con l’ausilio anche di una navetta per arrivare al centro città, con un controllo maggiore sulla circolazione. Inserendo un limite di orario le autorità sarebbero in grado di garantire maggiormente la comunità locale, di limitare eventuali bivacchi, schiamazzi e atti vandalici notturni. Incredibilmente, sembrerebbe che per una volta su questa soluzione sarebbero tutti d’accordo. Dopotutto si tratterebbe solo di applicare la legge, tutelare dei diritti e avere buon senso.

Non sono riuscita a capire le ragioni perché ciò non accada.

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