Il piccolo-grande Manu

di Antonia Wienert, volontaria presso la Casa delle Culture di Scicli
Il piccolo-grande Manu

Roma (NEV), 16 maggio 2018 – La rubrica “Lo sguardo dalle frontiere” è a cura degli operatori e delle operatrici della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) per Mediterranean Hope (MH) – Programma rifugiati e migranti. Questa settimana lo sguardo proviene dalla “Casa delle culture” di Scicli (RG)

Sono trascorsi quasi otto mesi da quando sono partita da Berlino per trascorre un anno di volontariato presso la Casa delle culture a Scicli. Da quando sono arrivata tutto intorno a me è cambiato, il mio modo di guardare il mondo è cambiato. Le storie che prima vedevo solo in televisione, che raccontano di persone arrivate in Sicilia attraversando il mare con tantissime difficoltà, non sono solo più storie o numeri, ma sono diventati volti. E ogni volto ha la sua storia. La storia che ho deciso di raccontarvi è quella di “Manu”.

La prima cosa che Manu ha visto con i suoi grandi occhi è stata la prigione in Libia dove era trattenuta la sua mamma. Sua mamma mi ha raccontato che lui è nato proprio lì sul pavimento, senza nessun tipo di assistenza medica e davanti agli occhi di tutti gli altri migranti prigionieri in quel posto.

I primi due mesi della sua vita Manu li ha trascorsi in quella prigione, con sua mamma, suo papà e suo fratello in una stanza con più di altre cento persone. Non c’era abbastanza da mangiare in quel posto per tutti e faceva freddo, troppo freddo per un bimbo così piccolo. La notte dormiva abbracciato stretto alla mamma e al fratellino o sotto la grande giacca del suo papà, per riscaldarsi. Dopo i primi due mesi di vita, Manu ha tentato la sua “prima grande impresa” attraversando il mar Mediterraneo con la mamma e il fratellino di soli 8 anni. Il papà purtroppo ha dovuto lasciarlo in Libia, perché i soldi per partire non bastavano per tutti. Nel viaggio vi erano altre donne eritree che purtroppo hanno perso i loro bimbi tra le onde del mare. Lui invece ce l’ha fatta, è sopravvissuto, anche se quando è arrivato al porto di Pozzallo era in gravi condizioni, sottopeso e stremato dal viaggio.

La prima volta che l’ho visto era febbraio e Manu era già da sei settimane in ospedale. Insieme ad Abraham, il suo fratellino di 8 anni che ci era stato già affidato, siamo andati a trovarlo all’ospedale di Ragusa dove era con la sua mamma. Per me era solo due occhi grandi che mi guardavano incuriositi, aveva poco più di tre mesi ma era ancora molto piccolo e pesava appena tre chili e mezzo.

Due settimane dopo, lui e la sua mamma sono arrivati alla Casa delle culture. All’inizio era ancora debole e dormiva quasi tutto il giorno. Giorno dopo giorno diventava sempre più forte e incuriosito dal mondo che lo circondava. Adesso ha sei mesi e sta benissimo. Anche se ho trascorso una giornata stressante, quando mi guarda e mi sorride mi riscalda il cuore e mi dà tutta l’energia per continuare. La sua felicità e la sua allegria sono contagiose, ti fanno apprezzare le cose belle e importanti, soprattutto se ci si ferma un attimo a ripensare a tutte le difficoltà che Manu ha dovuto affrontare in questa sua brevissima vita.

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