La rabbia di fronte alla bara bianca

Ivana De Stasi - NEV
La rabbia di fronte alla bara bianca

Roma (NEV), 15 novembre 2017 – La rubrica “Lo sguardo dalle frontiere” è a cura degli operatori e delle operatrici di Mediterranean Hope (MH), il progetto sulle migrazioni della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI). Questa settimana “Lo sguardo” proviene da Scicli ed è firmato da Ivana De Stasi.

Di fronte a una piccola bara bianca tutti si commuovono. Di fronte alla morte di un bambino, in pochi riescono a fare distinzioni su colore della pelle e paese di provenienza. Di fronte a una piccola bara bianca che custodisce il corpo di un bambino morto in mare il 6 novembre 2017, annegato sotto gli occhi della madre, ospitata alla Casa delle Culture di Scicli, ci si deve interrogare sul senso che hanno parole come “migrazione”, “accoglienza”, “vita”, “morte” e sul momento storico che stiamo vivendo. La storia individuale che si intreccia alla grande storia chiede ripetutamente il resoconto.

Great non aveva neanche tre anni e sono ormai tristemente note le cause della sua morte. Ci sono foto, video, testimonianze di quello che è successo quel giorno nel Mar Mediterraneo. Ci sono le prove, evidenti, della condotta della Guardia Costiera libica che neanche più nasconde le violenze perpetrate sui migranti. Bisogna ricordare l’accordo tra il nostro governo e Fayez al-Sarray, Primo Ministro del Governo di accordo nazionale della Libia. L’Italia si impegna ad aiutare l’ex colonia con aiuti economici e strategici per il contrasto all’immigrazione clandestina. La domanda ovvia che ci si è posti dopo questo accordo è come può un paese come la Libia, fortemente instabile, non considerato luogo sicuro a causa di una guerra civile ancora in corso, garantire trasparenza nella lotta ai trafficanti di esseri umani? E come può tutelare i diritti umani dei migranti che transitano sul territorio libico? Una delle risposte si può avere facilmente parlando con chi ha avuto la fortuna di arrivare vivo in Europa. Delle tante persone che sono transitate e hanno vissuto alla Casa delle Culture, molte hanno raccontato di abusi, torture, stupri, uccisioni e violenze, anche da parte di polizia e guardia costiera libica.

Ecco perché, quando è andato in scena il circo mediatico attorno alla piccola bara bianca durante il funerale avvenuto nella chiesa di San Giovanni a Scicli, è stata forte la rabbia nel vedere molti accorgersi solo in quel momento di una tragedia in corso da anni. La mamma di Great non è la prima donna ad aver perso un figlio in mare e purtroppo non sarà neanche l’ultima.

Secondo il progetto “Missing Migrants” dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), che cerca di dare un numero alla tragedia del Mediterraneo, a partire dal noto naufragio del 3 novembre 2013 a Lampedusa, i morti in mare in questi 4 anni sono 14.128. Più della metà della popolazione del comune di Scicli.

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