Lo sguardo di Najma

di Francesco Piobbichi, operatore di Mediterranean Hope in Libano e presso l'Osservatorio sulle migrazioni di Lampedusa
Lo sguardo di Najma

Roma (NEV), 1° febbraio 2017 – La notte a Beirut di solito è rumorosa, ma alcune notti fa la città sembrava essersi ritirata dentro se stessa, come una grande lumaca alla quale un bambino abbia toccato le corna. A spaventare la città era stato un kamikaze poi arrestato nel centro di Hamra con otto chilogrammi di tritolo in una cintura esplosiva. Quando è successo il fatto eravamo a meno di un chilometro dal luogo del possibile attentato, e quando lo abbiamo saputo siamo tornati con calma a casa anche noi. Senza paura, ma con l’amaro in bocca per il destino di questa città che pulsa vita. L’altra notte, l’unica cosa che rompeva il silenzio di Beirut erano le urla di un uomo vicino alla mia stanza. Ogni tre ore, per tutto il giorno, quell’uomo ha urlato innalzando le mani al cielo, mi hanno spiegato trattarsi di imprecazioni contro Dio e contro il mondo. Mentre guardavo quelle mani mi è sembrato di comprendere il dolore che provava dentro perché in quei giorni avevo in testa le storie dei profughi siriani. I vicini mi hanno poi detto che durante la guerra civile faceva l’insegnante, e che un giorno una bomba era entrata nella sua classe senza bussare dalla porta, portando via i suoi alunni. Da quel giorno l’uomo non fu più lo stesso, iniziò a urlare. Egli condivide ogni giorno il suo dolore con il quartiere che lo ascolta, in silenzio come se fosse un muezzin. Mi ha tenuto sveglio tutta la notte ma non ho provato fastidio nei suoi confronti, ascoltavo le sue urla come un monito contro la guerra ed un atto d’amore verso l’umanità. Quell’uomo mi ha fatto capire Beirut e la guerra che l’ha sconvolta più di mille articoli.

Beirut è una città segnata dalla guerra, se hai il tempo per fermarti e guardare con attenzione i suoi angoli trovi buchi di proiettile stampati sui muri. Quei buchi, quelle ferite sono ancora presenti nel tessuto sociale della città. Beirut è ancora dentro la guerra ma non vuole più combattere, anche se la sua società rimane divisa da un filo spinato invisibile che delimita il mosaico di culture e religioni. Beirut è una palcoscenico dove la speranza e la maledizione del Medio Oriente ballano insieme al ritmo dei clacson. Su questa città, e sulle città vicine si sono riversati da sempre profughi: prima gli armeni, poi palestinesi, e ora siriani. In questi mesi, come operatori di Mediterranean Hope, abbiamo parlato con centinaia di profughi siriani che ci hanno dato modo di vedere il sottosuolo di Beirut, le stanze umide senza finestra, i luoghi angusti dove sono costretti a vivere. Ci hanno fatto vedere, mano a mano che ci addentravamo dentro la città, le catene e il filo spinato intrecciati che tagliano orizzonte e speranza. Ci hanno raccontato dello sfruttamento sul lavoro, del recinto della frontiera che li costringe in una condizione miserevole. Sempre sotto ricatto per paura di essere arrestati come clandestini e senza nessun diritto né tutela, costretti a lavorare dalle 12 alle 14 ore al giorno con una paga oraria che non supera quasi mai i 2 dollari. Le donne sole sono le più vulnerabili assieme ai bambini. Penso a loro mentre scrivo queste righe dopo essere atterrato a Roma ieri mattina con i corridoi umanitari.

Penso a Najma che abbiamo portato in Italia, alla sua storia ed al suo futuro. Najma era una di loro, e ci era stata segnalata da un’associazione che si occupa di siriani in situazione di vulnerabilità. Il suo nome vuol dire “stella”, ma quando l’abbiamo conosciuta i suoi occhi erano chiusi, senza luce. Non per una malattia, non per un incidente, ma per scelta, per sopravvivenza. Si erano chiusi quando suo marito era stato ucciso davanti a lei dentro casa sua, si erano chiusi quando si è finta cieca per attraversare il confine siriano, si erano chiusi quando era stata aggredita in un campo profughi. Erano chiusi anche il giorno che l’abbiamo incontrata, di fatto schiavizzata da un uomo che la costringeva a lavorare gratuitamente dopo averla minacciata più volte davanti ai suoi figli. Erano gli occhi chiusi di una donna forte, che aveva speso tutta la sua forza per l’amore dei suoi figli. Discutendo di nascosto con lei, abbiamo visto aprirsi il suo sguardo, piano piano, mentre cresceva in lei la speranza. Quando dopo l’ultimo colloquio le abbiamo detto che avrebbe potuto volare via abbiamo cominciato a vederne il colore. Siamo andati a prenderla di notte, di nascosto dal suo aguzzino, con lei e le sue figlie che ci aspettavano sulla soglia di casa con le valigie strette in mano e le ali della libertà dietro le spalle. Le abbiamo portate a Beirut in un luogo protetto per una settimana, in salvo in attesa di partire. In questi giorni Najma e i suoi figli hanno potuto passeggiare da persone libere lungo la corniche e respirare il futuro. Suo figlio, che non aveva mai visto il mare e gli uccelli e i cani, perché per tanto tempo era stato rinchiuso in casa dall’aguzzino della madre, urlava e correva, incurante dei cani che gli abbaiavano dietro. E’ in momenti come questi che si capisce che la libertà è tutto. Quando ieri siamo andati a prenderle, le sue tre bambine ci hanno recitato una poesia in italiano imparata a memoria e tradotta con google. Ci hanno chiesto quanto tempo avrebbero impiegato per andare finalmente a scuola e quando gli abbiamo detto che avrebbero iniziato velocemente ad imparare l’italiano hanno sorriso tra loro battendo le mani per la gioia.

Due giorni fa Najma è atterrata in Italia con i corridoi umanitari. Lo ha fatto con i suoi bambini e lo ha fatto da donna libera: con una valigia piena di dignità. I suoi occhi a Fiumicino erano aperti e bellissimi, avevano il colore della vita. Insieme a Najma abbiamo dimostrato ancora una volta che l’umanità è più forte della guerra e della paura.

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