DI NUOVO GENNAIO IN TUNISIA

Clara Capelli - Q Code Magazine

DI NUOVO GENNAIO IN TUNISIA

NUOVI SCONTRI SCUOTONO LA TUNISIA A CAUSA DELL’IMPOPOLARE LEGGE FINANZIARIA 2018

È di nuovo gennaio in Tunisia. Un mese che, come molti osservatori hanno ricordato, si è spesso caratterizzato nella storia del Paese per violente contestazioni a sfondo sociale. Come quelle che sono avvenute in questi giorni in risposta alla nuova legge finanziaria 2018 del governo tecnico di Youssef Chahed. Al momento un manifestante è morto lunedì 8 gennaio, in circostanze non chiarite, mentre i risultati dell’autopsia non sono stati diffusi.

Si tratta di una sorta di regolarità storica che racconta molto delle dinamiche tunisine, dalle “rivolte del pane” nel 1984, al tramonto della presidenza Bourguiba, agli scontri nel bacino minerario di Gafsa-Redeyef nel 2008, quando non si lesinavano apprezzamenti per la “stabilità” della presidenza di Ben Ali; anche il gennaio 2016 si era aperto con una serie di scontri e proteste in tutto il Paese, fino a richiedere nella Tunisia fresca di Premio Nobel per la Pace l’imposizione del coprifuoco per quasi 15 giorni, oltre al perpetuamento dello stato di emergenza introdotto il 24 novembre 2015 a seguito dell’attentato alla guardia nazionale e rinnovato per l’ennesima volta di altri 3 mesi nel novembre 2017.

Fu L’AUMENTO DEL PREZZO DEL PANE a seguito di una serie di misure di austerità nel 1984 a portare la rabbia popolare in strada, una rabbia che fu repressa con grande violenza, tanto da divenire oggetto delle investigazioni dell’Instance de Vérité et Dignité per la documentazione dei crimini di vario tipo perpetrati in Tunisia tra il 1955 e il 2013.

Fu l’esito manipolato di un concorso pubblico cui si presentarono circa 1000 candidati per un’ottantina di posti a scatenare una serie di manifestazioni nella regione di Gafsa, altrettanto violentemente sedate nel silenzio dei media nazionali così come internazionali. Fu la tragica morte di un disoccupato di Kasserine, di nuovo per un concorso pubblico non trasparente, ad animare le proteste contro una classe politica incapace di offrire prospettive alla propria forza lavoro, specialmente nelle zone più povere della Tunisia.

ANCHE LA RIVOLTA DEL 2018 HA RAGIONI DI NATURA ECONOMICO-SOCIALE.
Kasserine, Thala, Gafsa, Sidi Bouzid, Kebili, Jendouba: anche la geografia di questi scontri si articola nei governatorati e nelle delegazioni storicamente più emarginati del Paese e fra le grandi periferie urbane di Tunisi (da Tertouba, luogo del decesso del manifestante) e della costa. Scontri anche assai violenti, non sempre con un articolato contenuto politico, spesso fomentati da una profonda rabbia sociale.

Oggetto del malcontento – trasversale a tutte le classi sociali del Paese, ciò va detto – sono le misure della controversa legge finanziaria 2018, la quale prevede tra le varie cose l’aumento di un punto percentuale per tutte e tre le aliquote IVA, oltre a sensibili aumenti del costo del carburante e delle tasse al consumo (dai beni di lusso ai prodotti alcolici e dolciari) e l’introduzione di un “contributo sociale di solidarietà” obbligatorio per le imprese così come per i salariati pubblici e privati.

MOLTO MALUMORE si è osservato anche nel settore privato a causa degli aumenti a livello fiscale (su cui Ennahda ha molto insistito in sede di discussione della legge), ma non sono necessarie raffinate nozioni di economia per comprendere che questo oneroso carico di tassazione indiretta andrà a gravare in maniera iniqua soprattutto sulle fasce più deboli della popolazione tunisina e sul ceto medio salariato, il cui potere d’acquisto è stato già pesantemente provato dalla svalutazione del dinaro degli ultimi anni. E i dubbi sull’effettivo potenziale di questa manovra per le prospettive di crescita del Paese sono più che giustificati.

Sulla legge finanziaria 2018 gravano anche le richieste delle organizzazioni internazionali che dal 2011-2012 hanno portato le loro agende in Tunisia senza negoziarle e declinarle rispetto al peculiare contesto. La svalutazione del dinaro così come il fatto che il deficit pubblico previsto dalla finanziaria sia previsto al 4,9 percento si legano alle condizioni di stabilità fiscale richieste dal Fondo Monetario Internazionale all’interno del programma di supporto quadriennale di quasi 2,9 miliardi di dollari, un programma che è stato negli anni oggetto di delicate negoziazioni con i tecnici di Washington.

AL DI LÀ DEL QUADRO INTERNAZIONALE, TUTTAVIA, QUESTA LEGGE SI PRESENTA COME L’ENNESIMO ESEMPIO DI UNA CLASSE DIRIGENTE INCAPACE DI GOVERNARE PER IL MIGLIORAMENTO DELLE CONDIZIONI DI VITA E DELLE PROSPETTIVE DI LUNGO TERMINE DEI PROPRI CITTADINI, RASTRELLANDO SOLDI IN MODO MIOPE SENZA ELABORARE SOLUZIONI E STRATEGIE, NÉ IN AMBITO SOCIALE NÉ IN TERMINI DI POLITICHE DI CRESCITA ECONOMICA.
La Tunisia rimane sospesa tra l’ambiziosità degli obiettivi di dignità e benessere posti dalle proteste che tra il 2010 e il 2011 (gennaio, di nuovo) hanno portato alla caduta di Ben Ali e gli scontri di palazzo tra le principali forze politiche – in particolare Nidaa Tunes ed Ennahda – in un’alternanza di compromessi e tensioni (per fare solo un esempio, le elezioni municipali, previste per il 17 dicembre, sono state rimandate a data da definirsi) che non è servita sinora a segnare un sentiero di cambiamento e sviluppo.

Se qualcosa si muove in Tunisia è fra le isole di società civile che cercano di canalizzare le proteste in proposte politiche. Questo gennaio 2018 una nuova piattaforma ha cercato di rilanciare la frustrazione creata dalla legge finanziaria attraverso la campagna FECH NESTANNAOU (Che cosa aspettiamo, in arabo tunisino).

Diverse manifestazioni in tutto il Paese sono previste per il 12 gennaio, ma anziché interessarsi unicamente a cosa accadrà, è opportuno fare un passo indietro e osservare il disegno che questi mesi di gennaio hanno tracciato nella storia tunisina. Un disegno poco familiare ai più, ma che aiuterebbe meglio a comprendere cosa succede a pochi chilometri dall’Italia. E non solo a gennaio.

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