Storie al di là dei muri

Marco Magnano - Riforma

Storie al di là dei muri

Il concetto di frontiera non è solo mobile in termini da geografici, ma si trasforma in base al punto da cui lo si osserva. Molto di quanto succede si racconta e si legge dalla prospettiva europea, che in particolare per i Paesi più a nord si basa sull’idea di filtrare il flusso in ingresso, riducendo e definendo in modo sempre più stringente chi ha diritto di entrare e chi no, al termine comunque di un viaggio che rappresenta una tragica selezione all’ingresso.

Per comprendere meglio che cosa significhi la prospettiva della migrazione, è opportuno provare a spostare il fuoco di volta in volta su luoghi e direzioni differenti, provando a guardare i muri da sud oppure dal loro centro, dove si stanno costruendo di fatto barriere che non permettono di muoversi in alcun verso. Non è un ribaltamento semplice, perché porta con sé elementi di complessità culturale e linguistica, ma soprattutto trascina in logiche differenti da quelle a cui si è abituati.

Scendendo a sud lungo la rotta del Mediterraneo centrale si incontra la Libia, luogo raccontato e vissuto dalla giornalista Nancy Porsia. «Io – racconta – sono finita in Libia nel lontano 2011, perché mi stavo lanciando nel mercato del freelancing e cercavo storie da raccontare. Ho pensato fin dall’inizio che la Libia si prestasse bene, perché era una storia non raccontata. Dopo una prima fase di innamoramento, quella del ribelli libici nel 2011, ho deciso di trasferirmi nel 2013 e sono rimasta a vivere nel Paese fino alla fine del 2015. È stato un periodo della mia vita molto intenso, poi nei successivi due anni ho coperto il Paese un po’ facendo la spola e un po’ dalla Tunisia. La Libia è interessante perché è la frontiera direttamente a sud dell’Europa, ma lo è non solo in relazione alla sua posizione geografica, ma anche proprio come storia libica in sé». Proseguendo ancora attraverso il deserto del Sahara, la rotta delle migrazioni ripercorsa al contrario passa dal Niger. Il giornalista Giacomo Zandonini racconta di essersi avvicinato a questo Paese partendo in realtà dall’Italia. «Ho iniziato come freelance – spiega – lavorando sulle migrazioni in Italia, soprattutto nel sud, in Sicilia, poi avevo questo desiderio di andare più a sud per capire alcuni meccanismi e il Niger mi sembrava un punto di osservazione interessante. Ci sono stato la prima volta all’inizio del 2016, poi sono tornato alcune volte, ogni volta cercando di entrare un po’ più in profondità in quelli che sono processi che riguardano la migrazione. Non c’è solo questo, però, perché poi la cosa principale è capire una società locale che vive tensioni, conflitti e problematiche che vanno chiaramente molto al di là del fatto che ci siano persone che passano da quel territorio cercando poi di arrivare in altre zone, in altri Paesi».

Due Paesi con storie e culture parecchio diverse, che condividono un confine non enorme, 350km circa, ma che è centrale per le migrazioni da sud verso nord. È solo questo che tiene insieme questi due Paesi?

NP: «Direi di no. Dobbiamo pensare che la Libia non ha una cultura omogenea al suo interno: la regione del Fezzan, che è quella meridionale dove inizia il deserto del Sahara, risponde a logiche socioculturali differenti da quelle che si ritrovano invece nella regione orientale della Cirenaica o in quella occidentale della Tripolitania. Ora, a sud sicuramente ci sono due importanti comunità di minoranza culturale che sono i tabu e i touareg, accanto alla maggioranza araba. Queste tre componenti e la loro relazione reciproca definisce le dinamiche del Fezzan. Una di queste tre componenti è in realtà il minimo comune denominatore tra la Libia e il Niger: stiamo parlando dei Tuareg».

GZ: «Quello che accomuna questi Paesi è proprio la vicinanza fra le popolazioni che tradizionalmente, da alcuni secoli, abitano il Sahara. Sono le popolazioni che hanno sempre vissuto grazie anche alle carovane, che un tempo trasportavano merci dalla sponda sud del deserto alla sponda nord, quindi verso il Mediterraneo, ma che hanno anche favorito da sempre il movimento di persone. Nella storia di questa zona c’è proprio il movimento di persone. Negli ultimi anni si è creato un legame ancora più importante che è stato evidenziato anche nel 2011 dall’inizio del conflitto in Libia, poi con la caduta e l’uccisione di Gheddafi. In Libia c’era una grande comunità nigerina, la più grande e consistente di nigerini all’estero; dopo il 2011, secondo le stime del governo, sono tornati dalla Libia al Niger 70.000 cittadini che vivevano e lavoravano in Libia, un numero consistente, ma ci sono ancora molti cittadini nigerini in Libia e spesso sono bloccati nel paese e non hanno modo di tornare a casa in sicurezza».

Nel frattempo la frontiera è cambiata, spostandosi sempre più a sud. Cosa si può immaginare per il futuro? Si apriranno nuove rotte, visto che il tentativo è quello di alzare muri sempre più consistenti lungo l’asse che porta al Mediterraneo centrale?

NP: «Credo che, per quanto riguarda la Libia, sia difficile prospettare degli scenari, perché gli attori coinvolti nella definizione del quadro di sicurezza politico sono troppi: parliamo di attori non solo nazionali, ma anche regionali, oltre a potenze mondiali che stanno giocando in Libia la loro guerra per procura. In questi termini diventa difficile immaginare quale sia il prossimo futuro in Libia. Può essere che questa rotta venga chiusa, come sembra sia successo negli ultimi due mesi, così come può essere che gli argini di questo accordo scellerato definito dal governo italiano con un entourage che di fatto non rappresenta un governo forte, crollino e che quindi in realtà il flusso migratorio irregolare aumenti addirittura. Dopodiché, è plausibile pensare che si vada verso l’apertura di altre rotte, perché stiamo già assistendo oggi a un aumento dell’afflusso dalla Tunisia o anche dal Marocco attraverso Ceuta e Melilla, due luoghi considerati da anni una delle peggiori frontiere. Ricordiamo che paradossalmente quella che abbiamo sempre ritenuto la grande Spagna progressista di Zapatero già in tempi non sospetti sparava sui gommoni e aveva già esternalizzato la frontiera appaltandone la sicurezza alle guardie marocchine».

GZ: «Un’altra questione interessante da vedere, anche se chiaramente è imprevedibile e fluida, è capire quello che succederà da qui a qualche mese. Possiamo immaginare che non possano esserci sconvolgimenti improvvisi, perché comunque esistono reti, persone e organizzazioni, che favoriscono il passaggio dei migranti con modi più o meno coercitivi e violenti, quindi questo determina il fatto che le persone passino da certi luoghi, però tutto è molto mobile e le cose cambiano rapidamente. Forse non nell’immediato, ma sarà interessante vedere come l’Algeria si porrà rispetto a questo tema, perché ci sono molti che ritengono che a livello politico l’Algeria stia già vivendo una fase di transizione verso un nuovo potere, per cui il regime di Bouteflika è in una fase di trasformazione anche a livello di relazioni internazionali. I numeri delle partenze dall’Algeria, che hanno come destinazione la Sardegna, sono leggermente cresciuti negli ultimi due mesi, ma sono sempre molto ridotti. Il fatto è che per il momento l’Algeria sta controllando molto i suoi confini con il Niger e con la Libia stessa, nella regione di Ubari, e sta effettuando dei respingimenti verso il Niger, quindi per il momento sembra che l’Algeria partecipi alla più ampia operazione di chiusura di queste frontiere, però non è detto che la cosa duri ancora. Lo stesso vale per il Chad: anche lì la frontiera con Niger e Libia è molto mobile, anche lì ci sono negoziati in corso, è un continuo lavoro politico ed economico da parte dell’Unione europea e dei singoli Stati per fare in modo che chi controlla pezzi di territorio in queste aree continui a farlo».

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