Passo dopo passo

La storia di Dawit

Passo dopo passo

di Alberto Mallardo

Lampedusa Agrigento, 30 giugno 2016 - L’orizzonte dello sguardo sui processi migratori inizia di frequente, dove gli occhi delle telecamere raccontano i pattugliamenti e i controlli alle frontiere, le traversate che finiscono con un naufragio, gli sbarchi e a volte l’accoglienza nei centri per migranti.

Ma la storia di Dawit (nome di fantasia), ragazzo di 26 anni, nato in Eritrea, e costretto a scappare da un futuro senza futuro a causa del regime dittatoriale di Afewerki, inizia molti anni prima che le immagini riflesse nelle telecamere potessero raccontare la sua vita. Laureatosi in antropologia sociale ad Adis Abeba (Etiopia), Dawit spera fermamente di potersi costruire una vita in un paese non suo. Vive una vita tranquilla in un sobborgo della capitale etiope alla ricerca dell’occasione per continuare la propria carriera accademica. In questi anni sopporta di malavoglia le continue discriminazioni di cui è vittima e vive con angoscia la paura di essere marginalizzato in una società straniera. Il pensiero corre frequente ad alcuni parenti che ancora abitano in Eritrea ma le notizie che giungono da quelle terre non permettono di sperare di poter ricongiungersi un giorno con la propria famiglia.

Le aspirazioni e le sconfitte, le speranze e le ansie di quei giorni sono però assenti nelle nostre cronache di questi anni che riducono la mobilità umana a puro fatto mediatico, a fenomeno idraulico di travaso di flussi fra vasi comunicanti. Ad immaginare “ondate migratorie” e rubinetti che si chiudono e si aprono sulle mappe del mondo, come un torrente in piena che travolge tutti gli ostacoli che incontra, abbiamo rappresentato soggetti sempre agiti da forze esterne, immersi in un presente continuo e atemporale.

Dawit invece sa cosa vuole. Costretto ad abbandonare la terra natale all’età di due anni, lascia in seguito anche il paese che con fastidio lo aveva accolto, senza mai veramente accettarlo. Decide di lasciare l’Etiopia e di tentare la fortuna al di là del confine, in Sudan. Per alcuni anni vive a Khartoum, una città ricca di opportunità. Riesce a costruirsi una vita, a conoscere nuove persone e a trovarsi un lavoro. Senza documenti regolari però viene fermato dalla polizia e costretto a pagare per poter continuare a vivere in Sudan. L’Europa è allora solo un’immagine sfocata in lontananza, ma a Khartoum le reti di trafficanti possono offrirgli un nuovo futuro.

Il giorno della partenza da Khartoum, Dawit viene fatto salire su di un furgone insieme ad altre duecento persone. Attraversa il Sudan su strade sterrate accovacciato in mezzo agli altri. Viaggia giorno e notte. Si chiede se la sua sia stata la scelta giusta. Le forze di polizia non li fermano, probabilmente perché in combutta con i trafficanti. Dopo sette giorni di viaggio invece vengono sequestrati da un gruppo di banditi che li trattiene per diversi giorni in attesa che l’organizzazione li riscatti. Dawit ricorda i volti delle donne che provano a respingere urlando e scalciando le violenze dei predoni. Quelle che cedono vengono separate dal gruppo. La mattina è tutto finito nel silenzio del deserto.

Il furgone riparte solitario nella polvere. Al confine con la Libia la monotonia del viaggio si interrompe nel mezzo di una spianata dove si incontrano con un convoglio di nove automezzi che trasportano altre centinaia di persone provenienti da tutta l’Africa. La carovana è scortata da diverse decine di uomini incappucciati e pesantemente armati che seguiranno il convoglio durante l’attraversamento del confine meridionale dello stato libico. La stanchezza è troppa. Dawit ha mangiato poco e bevuto ancora meno. Per risparmiare acqua decide di utilizzare un trucco che i trafficanti gli suggeriscono. Beve una miscela di acqua e carburante. Diminuisce la sete ma anche le forze vitali.

Dopo un giorno di viaggio vengono trasferiti su pick-up più piccoli che trasportano solo una trentina di persone. Il convoglio si divide, ogni veicolo prosegue in una direzione diversa. Dawit è spaventato. Viaggia di giorno e di notte passando per piccole città, villaggi e grandi centri. Tutti li possono vedere ma la popolazione non fa caso a loro. Sono soli e invisibili.

Raggiungono finalmente Tripoli, città dove Dawit ha intenzione di interrompere il suo viaggio. Vuole rimettersi in forze e guadagnare i soldi necessari per continuare la traversata. I trafficanti però non lo lasciano andare e lo rapiscono una seconda volta. È tenuto prigioniero per un mese in una warehouse dove viene picchiato e insultato. Lo costringono a chiamare in Etiopia, in Eritrea, in Sudan, amici e partenti sperando che qualcuno paghi il riscatto. Dawit è sempre più solo, nessuno ha i soldi per pagare ed è costretto lui stesso a comprarsi la libertà lavorando in un cantiere per i trafficanti.

Sono passati quattro mesi e Dawit lavora sodo e ha iniziato a conoscere i trafficanti che ormai si fidano di lui. Gli affidano piccole mansioni all’interno dell’organizzazione e continuano a sfruttarlo per lavori pesanti. Un trafficante di origine eritrea gli permette di unirsi al gruppo di persone che stanno per lasciare il compound in cui erano trattenuti. Dawit tentenna, ha paura di una trappola, lui non ha pagato nulla. Arrivati vicino la costa i trafficanti iniziano a gonfiare il gommone. Molti protestano perché non vogliono salire su quell’imbarcazione instabile ed insicura. Lui no, trema, se i trafficanti dovessero fare l’appello di quelli che hanno pagato scoprirebbero la verità e lui sarebbe fucilato sul posto.

Ora Dawit è di fronte a noi nell’ufficio di Mediterranean Hope a Lampedusa. È stato lui a chiederci quale fosse il nostro lavoro e a decidere di raccontare la sua storia perché voleva aiutarci ad accrescere la consapevolezza del mondo occidentale sulle storie di chi come lui rischia tutto per vivere. Le traiettorie e i movimenti migratori che Dawit ha vissuto sono in larga parte il prodotto dell’interazione tra la soggettività dei migranti, il contesto geografico e la situazione socio-politica dei paesi africani. Quello che per quattro ore abbiamo ascoltato non sono i processi migratori raccontati nella prospettiva di chi li deve fermare interponendo barriere, muri e filo spinato. Quello che abbiamo ascoltato è una narrazione complessa fatta di balzi in avanti, tentennamenti e dolore che speriamo un giorno non molto lontano Dawit possa scrivere lui stesso.

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