Cosa significa sentirsi utili

Sguardo dalle Frontiere, Scicli

La rubrica “Lo sguardo dalle frontiere” è a cura degli operatori e delle operatrici, delle volontarie e dei volontari, di Mediterranean Hope (MH), il programma sulle migrazioni della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI). Questa settimana “Lo sguardo” proviene da Scicli ed è stato scritto da Anastasia Antonelli.

Se ascolto Rosa Balestrieri, i piedi si muovono, una mano va al cuore e posso tornare alle strade di Scicli, a tutti i volti incontrati e ai luoghi quotidiani, a Casa delle Culture e alle sue persone. Così posso provare a mettere in fila alcune delle cose importanti che qui ho vissuto e imparato.

A Casa delle Culture siamo state rese partecipi di un attivismo quotidiano, concepito come il modo più naturale di stare al mondo, mentre si è in cammino. Il nostro cammino lì è stato personale e collettivo, in un ambiente che ci ha permesso di vivere la comunità su diversi livelli: lo scambio quotidiano fra volontari e volontarie, quello con tutte le persone coinvolte nel progetto di Casa delle culture, ma anche con gli amici e le amiche tornate a vivere a Scicli, le loro associazioni, le loro pratiche politiche di attivismo e resistenza. In questa cornice si cresce molto, perché lo scambio culturale e personale è costante: abbiamo iniziato a conoscere il Ragusano come territorio complesso, abbiamo incontrato volontari e volontarie dal mondo, i loro paesi, le loro lingue; abbiamo costruito relazioni con chi lavora a Casa delle culture, con i rifugiati e le rifugiate, con i bambini e le bambine del doposcuola, avvicinandoci alle loro radici e lingue. È stata un’esperienza profondamente relazionale, che ha allenato la nostra flessibilità, l’accettazione di noi stesse e dell’altro.

È stato emozionante entrare in contatto con una realtà interessata alla nostra formazione, attenta ad accrescere il nostro bagaglio di esperienze, che ha voluto darci spazio per costruire e organizzare eventi per noi significativi – come quello sulla fascia trasformata – e capace di valorizzare il nostro impulso vitale, le nostre competenze.

Parlando con volontari e volontarie di progetti differenti in visita a Scicli, è nata una riflessione sul sentirsi utili. Cosa significa essere utili e come è possibile sentirsi davvero utili? Da questo confronto orizzontale è emersa la necessità di uscire da un’ottica emergenziale, che guarda alla sola sopravvivenza delle persone, e considerare anche gli step successivi: garantire una vita dignitosa, lo sviluppo personale e la progettualità, l’integrazione, favorire la relazionalità.

Cosa significa sentirsi utili? Noi ci siamo sentite molto utili e piene nel sostenere i percorsi scolastici di bambini con background migratorio e svantaggio linguistico-culturale. È stato fare la nostra parte per contrastare l’abbandono scolastico, contribuire alla costruzione del loro futuro e della loro persona, valorizzare la loro identità ibrida e trasmettere loro la sua ricchezza. Ci siamo sentite utili nel supportare l’insegnamento dell’italiano, strumento fondamentale per l’integrazione delle persone migranti in Italia; nel proporre attività che hanno offerto momenti di relazione, di presenza nello spazio pubblico, di gioco e leggerezza, per restituire una normalità di vita ai nostri compagni viaggiatori.

Essere utili è mettere in comune ciò che abbiamo da dare, che è diverso per ognuno di noi. Vedere l’altro, essergli accanto, a volte in modo operoso, nel fare, altre volte semplicemente stando o essere insieme nella complessità di una emozione spiacevole, nel silenzio.

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