Da Bergamo a Scicli – II parte

Francesco Previtale e Daniela Testa sono due trentenni di Bergamo, lei neuropsicomotricista, lui insegnante di sostegno. Dopo essersi sposati  hanno deciso di trascorrere 9 mesi a Scicli, operando come volontari presso la Casa delle Culture, progetto della FCEI nella cittadina siciliana. Di seguito, la seconda parte del racconto della loro esperienza, e in particolare uno sguardo sulla vita sciclitana di cinque ragazzi di etnia afghana. 

Sono le sette di mattina di una domenica di fine dicembre: fermo la Punto sotto MH-Casa delle Culture. Dopo poco arrivano i ragazzi. Prima i tre fratelli: Rashid, 23 anni, Said, 21 anni e Mahdi, 19 anni. Poi arriva anche Rohallah, anche lui ha 19 anni. Riempiamo la macchina e partiamo: destinazione Fiume Irminio, si va a pescare e a fare il kebap. I ragazzi sono contenti: tranne che a Rohallah, agli altri non interessa molto la pesca, ma il fatto di uscire da Scicli li galvanizza molto. I fratelli vivevano a Esfahan, mentre Rohallah a Mashhad. Entrambe le città sono due grandi centri urbani dell’Iran. Per loro, dal febbraio 2025, è stato molto strano trovarsi in una cittadina piccola come Scicli, senza altri connazionali. Ciò, sommato all’ostacolo della lingua e alle scarse possibilità di movimento, ha per loro significato una socialità purtroppo ristretta, limitata alle interazioni con altri ospiti e operatori di Casa delle Culture. Quando li ho conosciuti, in ottobre, apparivano rassegnati. Oggi  Rashid ha un’altra luce negli occhi: “Domani lavoro, basta fare goshad![1]. Il suo piano è utilizzare il primo stipendio per acquistare due monopattini per i fratelli, in modo tale che anche loro possano andare a lavorare. I tre hanno lavorato sin dalla giovane età: Rashid e Mahdi in una fabbrica tessile, Said come operaio in un’industria che produceva bicchieri di plastica. In Iran, ci hanno raccontato, il lavoro minorile è molto diffuso, le persone di etnia afghana possono accedere soltanto agli impieghi più semplici e sottopagati. I fratelli hanno dovuto lavorare: i proventi del loro lavoro, insieme a quelli del padre che lavorava in un cementificio, erano necessari per mantenere la famiglia. Rohallah, invece, ha potuto studiare: il padre aveva un piccolo supermercato. Durante il viaggio in auto non si parla molto: il livello di italiano da loro acquisito non ci permette ancora di comunicare in modo fluido, e io conosco soltanto due o tre parole in persiano. La strada asfaltata diventa sterrato e infine arriviamo al parcheggio. Sotto di noi il fiume scorre sinuoso in una vallata di grande bellezza. Lasciamo la macchina e imbocchiamo il sentiero che scende dalla collina. Raggiungiamo il fiume nel punto in cui fa una grande ansa: l’acqua scorre copiosa, alimentata dalle piogge recenti. I ragazzi servono il chai, tipico tè nero afghano aromatizzato con chiodi di garofano. Non li ho quasi mai visti bere acqua pura: sempre chai, chai, chai. Iniziamo a pescare: alcune carpe, per la gioia mia e di Rohallah. Verso mezzogiorno Rashid, Mahdi e Said fanno legna e accendono il fuoco, mentre Rohallah comincia a  preparare il jujhe kebap[2]. Rashid si offre di aiutarlo ma viene rispedito indietro, si avvicina a me e mi sussurra: “Rohallah non vuole aiuto, dice che ho… mani di cane!”. Scoppiamo a ridere: sono felice che sia riuscito a tradurre in italiano un’espressione tanto eloquente. Pranziamo e il pomeriggio trascorre veloce, ci incamminiamo sul fare del tramonto. Arriviamo alla macchina mentre si spengono le ultime luci. Rashid è inquieto: “Questo posto di gin[3]”, mi dice osservando l’oscurità che avanza.

Nelle settimane successive Rashid lavora nelle serre e, con il primo stipendio, la sua idea si concretizza: Said e Mahdi acquistano due monopattini elettrici e cominciano a lavorare nella stessa azienda. I tre raccolgono zucchine tutto il giorno. Li vedo arrivare a fine giornata: stanchi ma fieri della loro occupazione. La fatica non li fa desistere dal seguire le lezioni serali di italiano. Martedì e giovedì sera sono dedicate a lezioni “didattiche”, mentre venerdì organizziamo un aperitivo con giochi da tavolo, a cui prendono parte anche le altre volontarie di MH-Casa delle Culture. Il livello di italiano dei ragazzi aumenta e, in parallelo, anche lo spazio di relazione si amplia. Noi cominciamo a capire qualcosa di più di loro, e loro di noi. È un bel periodo, in generale siamo felici, soltanto Rohallah è un po’ abbattuto: ancora non ha trovato lavoro. Stufo di non sapere che fare, comincia a frequentare il salone di Casa delle Culture mattina e pomeriggio. Studia anche da autodidatta, cerca di tenersi occupato e di scacciare la noia. Dopo qualche mese è Carnevale, una ricorrenza molto sentita a Scicli. Io e Daniela passeggiamo per le vie del paese e incontriamo Rashid e Rohallah. Quest’ultimo ci abbraccia gioioso: “Domani lavoro! Finestre!”. Anche Rohallah ha trovato un impiego presso un’azienda edile: i suoi occhi hanno un’altra luce.

Io e Daniela ci guardiamo e sorridiamo: siamo grati di poter condividere con questi ragazzi un pezzetto della nostra vita. In questi pochi mesi li abbiamo conosciuti, abbiamo riso con loro e abbiamo cominciato a scambiarci i primi discorsi, su di noi e sul mondo. Ma ciò che ci rende più felici è vederli fieri e consapevoli di sé stessi.

[1]Goshad” è una parola in farsi traducibile in italiano come “lazzarone”. è utilizzata in senso ironico tra i giovani, mentre per gli adulti è un grave insulto.

[2] Tipologia di kebap persiano. Il pollo intero viene pelato, disossato e tagliato a dadini, quindi lasciato marinare in una salsa a base di zafferano. I dadini vengono poi infilati su spiedi di legno o metallo e arrostiti sulle braci ardenti.

[3] I gin, nel mondo islamico, sono spettri che abitano il mondo degli esseri umani, specialmente i luoghi naturali o abbandonati.

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