La rubrica “Lo sguardo dalle frontiere” è a cura degli operatori e delle operatrici, delle volontarie e dei volontari, di Mediterranean Hope (MH), il programma sulle migrazioni della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI). Questa settimana “Lo sguardo” proviene da Scicli ed è stato scritto da Mariem Salem, volontaria del servizio civile.
Mi chiamo Mariem Salem e desidero condividere la mia esperienza all’interno del Servizio Civile Universale, svolto presso il progetto “Onda Alta” nella Casa delle Culture Mediterranean Hope di Scicli. Sono venuta a conoscenza del Servizio Civile grazie a una mia cara amica che opera nel sociale come mediatrice culturale. Ho sempre sentito il desiderio di avvicinarmi a questo mondo e ho visto in questa esperienza l’opportunità concreta per farlo, entrando in contatto diretto con le persone e con le realtà del territorio. Ho iniziato concretamente il mio percorso di Servizio Civile nel mese di luglio, dopo aver partecipato alla formazione iniziale a Torino. È stata un’esperienza significativa, che mi ha permesso di conoscere persone provenienti da contesti differenti e di confrontarmi con nuove realtà. Ho apprezzato particolarmente le attività a carattere pratico e relazionale, che mi hanno consentito di mettermi in gioco in modo diretto.
Durante il periodo estivo, presso la Casa delle Culture era attivo il campo estivo, che impegnava le mattine con attività rivolte ai bambini. Si trattava di un contesto dinamico e stimolante, in cui i partecipanti erano sia figli degli ospiti del centro sia bambini residenti a Scicli, spesso provenienti da situazioni di fragilità sociale. Nel corso delle attività venivano proposte diverse esperienze educative e ricreative, tra cui visite a musei, attività di sensibilizzazione ambientale, giochi e momenti di socializzazione. Parallelamente, ho iniziato a svolgere i miei primi accompagnamenti, in particolare con una delle ospiti del centro. In queste occasioni, soprattutto durante visite mediche e appuntamenti, ho iniziato a comprendere più profondamente il senso del mio ruolo: non solo svolgere un compito pratico, ma offrire presenza, supporto e ascolto in situazioni spesso delicate. Il mese di agosto ha segnato una fase di transizione operativa: concluso il centro estivo, le attività si sono concentrate sulla gestione amministrativa e d’ufficio. Questo rallentamento ha permesso un’altra fase di formazione, finalizzata all’approfondimento dei protocolli del centro e delle procedure relative ai corridoi umanitari. In questo periodo, di particolare rilievo è stata l’interazione con un minore straniero non accompagnato di 13 anni, con il quale si è instaurato un rapporto di fiducia e collaborazione proattiva. La costante presenza del minore e la sua inclinazione al supporto nelle attività quotidiane hanno rappresentato un elemento significativo del percorso.
Con l’avvio del doposcuola a settembre, il mio ruolo si è evoluto in una funzione di mediazione interculturale: oltre al supporto didattico, ho operato come facilitatore linguistico e relazionale tra le famiglie di lingua araba e l’equipe di operatori. Questa attività ha permesso di consolidare un legame basato sulla fiducia e sul riconoscimento reciproco, superando le barriere comunicative iniziali. L’esperienza mi ha permesso di affinare le mie soft skills, in particolare l’ascolto attivo e la capacità di dare voce alle fragilità degli ospiti. Ho potuto inoltre formalizzare competenze di mediazione e supporto che, seppur radicate nel mio background personale, hanno trovato in questo contesto una dimensione professionale e strutturata. Un’ulteriore direttrice significativa del mio servizio ha riguardato il coordinamento di un gruppo di alfabetizzazione linguistica rivolto a donne di origine tunisina. L’iniziativa si è configurata non solo come percorso didattico, ma come un’azione di empowerment femminile e di scambio interculturale. Sin dalle fasi iniziali, l’attività ha favorito la creazione di uno spazio sicuro e di una rete di supporto tra pari, consolidando un clima di fiducia reciproca tra le beneficiarie e l’operatore. Oltre alla didattica frontale, sono stati promossi momenti di socializzazione informale e condivisione culturale; tali contesti conviviali si sono rivelati strumenti metodologici fondamentali per l’abbattimento delle barriere relazionali e il rafforzamento del senso di appartenenza alla comunità. L’efficacia dell’intervento è stata riscontrata non solo nell’acquisizione di competenze linguistiche, ma soprattutto nel potenziamento dell’autostima e dell’autonomia individuale delle partecipanti. Questa esperienza ha confermato come l’integrazione passi attraverso approcci olimpici e multidimensionali, dove la dimensione relazionale e la mediazione culturale diventano catalizzatori essenziali per un’inclusione autentica e duratura.
In conclusione, l’esperienza maturata invita a una riflessione sul valore della diversità. Vorrei invitare tutti a porsi una domanda semplice, ma fondamentale: la diversità è davvero un problema, o è una risorsa? Spesso il ’diverso’ viene percepito attraverso il filtro del pregiudizio o della complessità gestionale. Tuttavia, quando ci si ferma, si ascolta davvero e si condivide, ci si accorge che la diversità di tradizioni e modelli di vita rappresenta un’occasione di arricchimento e di ampliamento delle prospettive interculturali. La mia identità bi-culturale, che coltivo con consapevolezza e orgoglio, non ha rappresentato un limite, ma un punto di forza, un ponte relazionale capace di facilitare l’incontro e la comprensione tra mondi differenti. Il cambiamento di paradigma necessario consiste nel superare la resistenza al nuovo per approdare a una cultura dell’incontro. La diversità è una risorsa da riconoscere e valorizzare.