Pozzallo, la voce dei bambini che sale piano piano

Osvaldo Costantini – NEV

A Pozzallo è giugno come in tutto il mondo. L’area del tardo pomeriggio è acre, l’acqua salmastra e le alghe hanno un odore che il vento spinge in gola. Quell’odore che la gente di mare conosce bene. Attendiamo i minori da prelevare: sono poco più che bambini questa volta, la cui statura piccola, tipica di alcune popolazioni del Corno d’Africa, rende ancora più agghiacciante il terribile colpo d’occhio.

Il primo è una ragazzino di circa 14 anni, molto piccolo, che fissa davanti a sé il vuoto sorridendo dall’emozione di avercela fatta, come quando torni in autobus dopo che la tipa più bella della scuola ti ha baciato e pensi “ma chi sono? Proprio io? Finalmente”. Hawot ce l’ha fatta, è in Italia, frontiera sud di un occidente immaginato prima ancora di essere vissuto, un mondo plasmato da un immaginario alimentato dai mezzi di comunicazione e dai feedback dei migranti. Si, Hawot ce l’ha fatta, è lì. Non sa che l’occidente non è esattamente collimante con quell’immaginario. Gli chiedo se parla inglese. No, ma, tra le pieghe della felpa, noto la croce di legno della chiesa Tewahdo, la chiesa ortodossa etiopica ed eritrea. Cominciamo a parlarci in tigrino, finche altri 21 ragazzini eritrei si aggiungono al gruppo, seguendo la conversazione di Hawot, che non schioda lo sguardo dal vuoto davanti a sè, e il bianco che pronuncia (male) qualche parola di tigrino. Franzo, il presidente del Consiglio della chiesa metodista di Scicli, li vuole salutare tutti con una stretta di mano. Lo correggo e gli insegno il saluto eritreo con la spalla. Lo riproduce per le 22 persone e tutti ridono. Restiamo umani, mi ricorda Franzo, mentre chiedo ad una ragazzina cos’è quel sacchettino di plastica che esce dalla maglietta e che ha legato alla spallina del reggiseno. È una tsebel, mi risponde, la terra dei luoghi sacri etiopici ed eritrei che si ritiene abbiano potere curativo e protettivo. È per il viaggio, aggiunge quando capisce che so di cosa sta parlando. Ma chi sono questi ragazzi a cui Franzo restituisce un briciolo di umanità con un semplice gesto e che chiedono l’aiuto extraterreno per raggiungere l’occidente? Il più piccolo di loro è Ammaniel, gli anni di un bambino a cui non consenti di attraversare la strada da solo. A 12 anni ha attraversato il confine con l’Etiopia in compagnia di due wedy addey (figli del mio villaggio), rischiando la vita. Ammaniel scappa da un paese in cui il sogno di una nazione libera dall’Etiopia, dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, si è trasformato nell’incubo di una dittatura che costringe ad un servizio militare illimitato, punendo con la tortura ed il carcere ogni forma di dissenso, vero o presunto. Ammaniel ha soggiornato otto mesi nel campo profughi di Adi Harish, finchè qualcuno lo è andato a prendere per portarlo in Sudan, la tappa fondamentale per poi attraversare il grande deserto del Sahara: quella strada per la Libia e l’Europa che gli eritrei chiamano, talvolta, con sarcasmo, menghedi n’haqin fet’hen (la strada della verità e della giustizia). Il piccolo Ammaniel non sa neanche quanto gli è costato il viaggio fino alla Libia: tutto era affidato alle mani di un dellalay (broker) eritreo, figure ambigue che guadagnano per traghettare coloro che, dalla globalizzazione, ricevono solo il desiderio stuzzicato e l’impossibilità di realizzarlo attraverso confini nazionali sempre più chiusi. Dalla Libia, Ammaniel, è salito da solo su una barca per l’Italia. Ha perso i suoi numeri di telefono e passeranno settimane prima che un mio amico eritreo riesca a trovarmi il numero del padre e, finalmente, del fratello in Danimarca. Il viaggio di questi ragazzi, oltre ad essere stato duro, è stato molto caro: alcuni hanno speso anche oltre 10.000 dollari, messi insieme dalle famiglie soprattutto con l’aiuto dei parenti dell’estesa diaspora eritrea. Scappano dall’inferno, senza la garanzia del paradiso, sognando un mondo immaginato come pieno di opportunità i piccoli Ammaniel senza numeri di telefono, le piccole Helen con le tsebel sul reggiseno e i piccoli Hawot che guardano ridendo il vuoto.

MH
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