{"id":10732,"date":"2022-03-29T08:08:55","date_gmt":"2022-03-29T08:08:55","guid":{"rendered":"https:\/\/www.mediterraneanhope.com\/?p=10732"},"modified":"2022-03-28T14:14:02","modified_gmt":"2022-03-28T14:14:02","slug":"vedere-shatila","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.mediterraneanhope.com\/en_en\/2022\/03\/29\/vedere-shatila\/","title":{"rendered":"Vedere Shatila"},"content":{"rendered":"<p><em>La rubrica \u201cLo sguardo dalle frontiere\u201d \u00e8 a cura degli operatori e delle operatrici di Mediterranean Hope (MH), il progetto sulle migrazioni della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI). O dalle volontarie e dai volontari che accompagnano per periodi pi\u00f9 o meno lunghi il percorso di MH. Questa volta \u201cLo sguardo\u201d proviene dal Libano ed \u00e8 stato scritto dalla coordinatrice<strong> Marta Bernardini<\/strong><\/em><\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Roma (NEV), 29 marzo 2021 \u2013 Ha un cappellino rosa con delle piccole renne grigie. I fiocchetti le cadono lungo le orecchie, lasciando intravedere dei capelli scuri e folti. Mi guarda timidamente, nascondendosi dietro il velo della mamma, anche lei seduta nella stanza di fronte al medico. Ha sei anni e dalla conversazione, che si svolge in arabo e in inglese, capisco che la bambina dal cappellino rosa ha qualche ritardo nello sviluppo, forse per un trauma difficile da identificare in un primo colloquio. \u201cE dove vivete?\u201d &#8211; chiede il dottor <strong>Luciano Griso<\/strong>. \u201cShatila\u201d, risponde la donna, che dimostra pi\u00f9 anni di quelli che ha. \u201cI casi peggiori vengono sempre da l\u00ec\u201d, dice il medico girandosi verso di me. \u00c8 fine marzo ma sembra ancora inverno. Mentre siamo nella clinica del progetto<a href=\"https:\/\/www.mediterraneanhope.com\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">\u00a0Mediterranean Hope<\/a>, in collaborazione con Nation Station, fuori c\u2019\u00e8 un flebile sole ma il cielo anticipa pioggia. Nell\u2019altra stanza i pazienti aspettano di essere visitati. Siamo nel quartiere di Geitawi, a Beirut, ma le persone vengono anche da zone pi\u00f9 distanti per farsi vistare gratuitamente dal gruppo di medici, specialiste, infermiere, mediatori che prestano il loro servizio presso questa piccola ma ben organizzata clinica. Al piano di sopra sento risa e passi svelti, si sta svolgendo il laboratorio di arte terapia per bambini e bambine.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Nella stanza si alternano storie, di isolamento, privazioni, violenze difficili da raccontare. \u201cQuesta donna, in Iraq, non ha sopportato di coprire le truffe dei dirigenti della banca in cui lavorava. Ha denunciato e ha pagato con l\u2019incarcerazione, la violenza e anche lo stupro\u201d &#8211; apprendo dal dottor Griso che, con l\u2019aiuto dell\u2019infermiera Liliane e l\u2019operatore Ayman prosegue determinato nella mattinata di visite. Solo un caff\u00e8 scuro e un pezzettino di cioccolato come veloce interruzione tra il susseguirsi di storie.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Esce la bambina con il cappellino rosa, dopo un divertente gioco di sguardi e sorrisi da sotto la mascherina, per fare posto al fratello poco pi\u00f9 grande. \u201cE\u2019 molto isolato, non fa amicizia ed \u00e8 sempre nervoso\u201d. Non so immaginare, ancora, come sia la vita nel campo di Shatila. Ci andremo\u00a0domani\u00a0e forse dar\u00f2 uno sfondo ad alcuni di questi incontri, nella mia prima mattina libanese. \u201cTi piacerebbe giocare a basket in una squadra?\u201d \u2013 titubanza da parte del ragazzino &#8211; \u201cDomani\u00a0potremmo parlarne con Majdi\u201d \u2013 prosegue il dottore rivolgendosi a Irene, l\u2019altra operatrice che segue il progetto. Qualche altra frase in arabo, un sorriso timido come quello della sorellina, e il bambino fa s\u00ec con la testa.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">La prima cosa che mi colpisce del campo di Shatila \u00e8 il cielo. Anche oggi forse ci risparmier\u00e0 dalla pioggia, ma lo sguardo viene disturbato da una rete di fili, tubi e cavi di ogni tipo. \u201cA spider net\u201d mi dir\u00e0 Majdi pi\u00f9 tardi. Una ragnatela che ci accompagner\u00e0 per tutto il giro nel campo. Il nostro team composto da dottore, operatore e infermiera si sistema nella stanza di Medici Senza Frontiere, con cui <a href=\"https:\/\/www.nev.it\/nev\/2022\/03\/25\/nuovo-corridoio-umanitario-dal-libano\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Mediterranean Hope, programma migranti e rifugiati della FCEI<\/a>, collabora da anni nel campo di Shatila. Capir\u00f2 tra poco che qui \u00e8 un mondo a parte, e uscirvi anche solo per una visita medica pu\u00f2 essere molto complicato.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Nonostante le molte ore senza elettricit\u00e0 in tutta la citt\u00e0, la stanza \u00e8 illuminata e ben riscaldata. Majdi mi aspetta fuori, il gruppo ha gi\u00e0 fatto le prime visite. Una bambina dallo sguardo dolcissimo ha appena avuto una forte crisi epilettica davanti ai nostri occhi. Le \u201ccose\u201d mediche non sono mai state il mio forte, osservo in silenzio, seduta sul divanetto verde oliva. Quel colore mi fa venire in mente lo\u00a0<em>zaatar<\/em>, il condimento fatto di origano, sesamo e spezie che insieme all\u2019olio condisce il\u00a0<em>manaqish,\u00a0<\/em>il pane libanese che mi sta accompagnando in questo viaggio. La bambina sta meglio, ma so gi\u00e0 cosa mi dir\u00e0 il dottor Griso pi\u00f9 tardi, \u201cAnche se curassimo tutte le persone del campo, continuando a vivere in queste condizioni non cambierebbe niente\u201d. Con l\u2019arrivo del caff\u00e8 scuro, e il cioccolato fondente che esce dallo zaino di Ayman, raggiungo Majdi.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Saliamo su delle ripide scale, dico a me stessa di stare attenta, conoscendo la mia capacit\u00e0 di scivolare anche da ferma. Ci sediamo intorno a un tavolo da ping-pong blu, arriva il t\u00e8 caldo e dei biscottini deliziosi ai quali, ovviamente, non posso sottrarmi. Majdi inizia a raccontare del progetto \u201cBasket Beats Borders\u201d e di come lo sport, soprattutto in un posto come Shatila, abbia un importante effetto sulla comunit\u00e0 e sulle persone pi\u00f9 giovani. Majdi \u00e8 fondatore e coach della squadra femminile che, attraverso il basket, ha potuto conquistarsi uno spazio di libert\u00e0 e viaggiare in tutta Europa per giocare.\u00a0<a href=\"https:\/\/www.facebook.com\/basketbeatsborders\/\">\u201cIt&#8217;s time to beat borders and play for freedom\u201d<\/a>\u00a0\u2013 si legge sulla loro pagina. Lo sport come opportunit\u00e0 per uscire da quel mondo a parte, per avere delle regole, degli obiettivi. Per alcuni \u00e8 l\u2019unica occasione per stare lontani da armi, bande e dalla totale assenza di un futuro.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Majdi mi racconta la sua storia di Shatila. \u201cIl campo \u00e8 iniziato con delle tende, poi sono diventate case a uno, due piani.\u00a0Oggi\u00a0ci sono case a sei piani. Quando le persone hanno capito che non se ne sarebbero mai andate hanno iniziato a costruire\u201d. Questa \u00e8 l\u2019immagine che mi rimane pi\u00f9 impressa. Generazioni che si susseguono, che crescono, in un continuo ripiegarsi su s\u00e9 stesse. Penso che la parola \u201ccampo\u201d infatti mi stride da quando sono arrivata. \u00c8 un quartiere a tutti gli effetti; le strade con i negozietti, frutta, verdura, dolciumi, o cose di qualsiasi altro tipo, per un attimo mi catapultano al mercato di Ballar\u00f2 a Palermo, forse pi\u00f9 per un richiamo emotivo che per una reale somiglianza.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">\u00a0\u201cOrmai non ci sono pi\u00f9 solo palestinesi, la met\u00e0 delle persone \u00e8 siriana\u201d. Majdi mi dice che nella mente delle persone c\u2019\u00e8 l\u2019idea un giorno di poter ritornare, ma si sa che non accadr\u00e0 mai. \u201cQuesto non \u00e8 il mio paese. Ma neanche quello, dove non ho mai davvero vissuto. La mia casa non \u00e8 questa, n\u00e9 quella\u201d. Pi\u00f9 tardi, in macchina, il mio collega Ayman mi parler\u00e0 di\u00a0<em>mental displacement.<\/em><\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Saliamo di un piano e vedo la palestra con i canestri. Anche se Majdi mi indica gli angoli sul soffitto mangiati da muffa e salsedine, quello \u00e8 uno spazio prezioso per ragazzi e ragazze del quartiere; stanno pensando di fare anche un cineforum. Con la stessa attenzione con la quale sono salita, ripercorro le scale e torno nel trambusto della strada. Majdi propone di accompagnarmi per un giro nel quartiere. Non desideravo altro, dopo che pi\u00f9 persone mi avevano detto di quanto era facile perdersi in quelle stradine. Ogni muro \u00e8 un pezzo di storia, mi racconta dei pericolosi cavi scoperti dell\u2019elettricit\u00e0, ad altezza bambino, delle cisterne per l\u2019acqua dolce che sono stata danneggiate ancor prima di funzionare, dell\u2019egoismo di chi costruisce ancora piani senza pensare che quelle altezze tolgono luce e sole, facendo aumentare umidit\u00e0 e corrosione. Salutiamo una signora che si affaccia a una finestrella, il velo scuro e un simpatico sorriso sdentato. \u201cIl figlio, con la Sindrome di Down, \u00e8 molto affezionato al dottor Luciano\u201d &#8211; mi dice Majdi. Camminando tra i muri, come in un labirinto senza fine, sento odori contrastanti, dolciastri e acri. Bambini e bambine ogni tanto appaiono all\u2019improvviso, chi con la cartella, chi con delle ciabattine improvvisate. Un signore \u00e8 seduto su una sedia di plastica in una specie di cortile interno, fatto di terra e nient\u2019altro. Ci saluta e mi cade l\u2019occhio sulla persona accanto a lui, che tiene un fucile sulle ginocchia sorridendo amichevolmente. Solo dopo mi render\u00f2 conto che \u00e8 la prima volta che vedo, dal vivo, un\u2019arma in mano a un civile. Majdi si arrabbia per l\u2019egoismo di chi abita quel luogo, dell\u2019incapacit\u00e0 di pensare ai bisogni della comunit\u00e0, mi parla di corruzione, di come Shatila spesso venga usata dalle stesse istituzioni o polizia per giustificare criminalit\u00e0 e degrado. Sono grata al mio\u00a0Caronte, generoso di parole e di pensieri. Quando arriviamo davanti alla stanza di MSF mi rendo conto di essere disorientata e straripante di emozioni. Prima di salutarci Majdi mi dice di aspettare, mi indica casa sua &#8211; mi ricorda quelle piccole abitazioni mai finite che si vedono i molti paesini del sud Italia. Scompare per qualche minuto e riappare. In un sacchetto una felpa nera, una piccola immagine cucita davanti di una ragazzina in tuta rossa, il velo e una palla in mano con la scritta \u201cBasket Beats Borders\u201d. Quel dono mi fa felice in un modo semplice e inaspettato, tanto che non trattengo un abbraccio a Majdi, in mezzo alla strada. Lo ringrazio, ci abiter\u00f2 dentro quella felpa nei prossimi giorni, gi\u00e0 lo so.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">La sera decido di cercare qualche informazione in pi\u00f9 su Shatila. Immediatamente mi imbatto nel famoso articolo di <a href=\"https:\/\/nena-news.it\/sabra-e-shatila-ce-lo-dissero-le-mosche\/\"><strong>Robert Fisk<\/strong> \u201cCe lo dissero le mosche\u201d<\/a>, sulla strage di Sabra e Shatila del 1982. Un racconto, straziante, del massacro di migliaia di palestinesi. Quelle parole, maestralmente scritte, mi fanno ripercorrere le stradine del mattino, che ora mi sembrano in bianco e nero.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Generazioni che si susseguono, che crescono, in un continuo ripiegarsi su s\u00e9 stesse.\u00a0Mi addormento nella mia nuova, preziosa, felpa nera.<\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La rubrica \u201cLo sguardo dalle frontiere\u201d \u00e8 a cura degli operatori e delle operatrici di Mediterranean Hope (MH), il progetto sulle migrazioni della Federazione delle chiese<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>","protected":false},"author":8,"featured_media":10733,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[14],"tags":[127,26,59,354,111,794],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v19.1 - https:\/\/yoast.com\/wordpress\/plugins\/seo\/ -->\n<title>Vedere Shatila - Mediterranean Hope - MH<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"La rubrica \u201cLo sguardo dalle frontiere\u201d \u00e8 a cura degli operatori e delle operatrici di Mediterranean Hope (MH), il progetto sulle migrazioni della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI). 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