Dopo Tunisi, cosa ci aspetta?

di Marta Bernardini e Francesco Piobbichi

Lampedusa, Agrigento (NEV), 1 aprile 2015 – Tunisi ci accoglie con vento e pioggia incessante nelle giornate del Social Forum Mondiale (24-28 marzo), ma anche con estrema cordialità da parte dei suoi cittadini che ci rivolgono il loro benvenuto ogni volta che li incontriamo per strada. Abbiamo girato per le vie di Tunisi con tranquillità e non abbiamo sentito la paura, come ad esempio si percepisce in molte città italiane.

Il sentimento prevalente era quello di una unità tra la popolazione, accompagnato da una determinazione ad andare avanti per continuare a percorrere la strada della democrazia. Non sarà semplice questo cammino, la crisi economica alla quale si aggiunge la crisi del settore del turismo, registrata dopo l’attentato al Museo del Bardo, è un ostacolo vero che getta pesanti incognite sul futuro del paese. Ostacolo che la nascente società civile tunisina dovrà affrontare con coraggio, tra il terrorismo che si alimenta della crisi e una svolta autoritaria che, come dimostra la storia delle giovani democrazie, comunque rimane dietro l’angolo.

Per questo era giusto andare al Social Forum, esserci e manifestare a Tunisi per dare un messaggio di vicinanza e sostegno a un paese pieno di giovani che hanno voglia di costruirvi il loro futuro, di viverci invece che essere costretti ad emigrare verso nord come avveniva prima della rivoluzione.Questa composizione giovanile ha attraversato anche il Forum, che si teneva presso l’Università di Tunisi, e ha contribuito a rendere evidente lo scarto tra i “brizzolati” delle classiche organizzazioni che intervenivano nei workshop e questi ragazzi e ragazze che si nutrivano di informazioni, chiedevano interessati e ci intervistavano. Una dialettica che è esplosa anche visivamente quando un centinaio di giovani tunisini che lavoravano nel Social Forum hanno bloccato l’ingresso dell’Università per protestare per il mancato compenso che gli spettava.

Se questo incontro mondiale ha avuto il merito di costruire una vicinanza con questa composizione sociale e di riposizionare la questione mediterranea al centro della politica, ci sentiamo però di dire che secondo noi questa forma organizzativa così com’è pare essere arrivata a un punto di non ritorno.Crediamo questo non solo per il livello di disorganizzazione registrato ma anche, e soprattutto, per la genericità delle argomentazioni che abbiamo sentito nei seminari e che difficilmente ci sono sembrati andare in profondità alle questioni importanti che intendevano denunciare. Ci chiediamo se abbia davvero ancora senso spendere così tanti soldi ed energie per appuntamenti che ormai da più di un decennio mettono insieme le stesse persone, le stesse associazioni e pure gli stessi slogan senza produrre proposte significative e realizzabili. Abbiamo dovuto assistere, ad esempio, a risse e scontri anche pesanti sulla questione del Saharawi, tra associazioni algerine e marocchine che non volevano che l’argomento dell’indipendenza della regione venisse affrontato.Sulla questione migratoria, invece, le discussioni hanno avuto almeno il merito di far emergere per la prima volta il tema degli scomparsi nel Mar Mediterraneo, cercando di mettere in rete le famiglie dei nuovi “desaparecidos” per chiedere di attivare delle indagini ai governi europei che fino ad ora non hanno voluto assumersi nessuna responsabilità. Ci ha molto colpito la forza e la determinazione di queste mamme tunisine che chiedono risposte su quanto accaduto ai loro figli, una richiesta importante perché il pellegrinaggio di queste donne nei vari centri di identificazione ed espulsione nel vecchio continente, permette di comprendere quale sia il sistema di controllo dei migranti in Italia e come sia percepito oltre il confine.

La discussione sul confine, la sua articolazione, il modo con il quale l’Europa ne costruisce la sua esternalizzazione è stato un punto fondamentale di dibattito nei vari workshop che abbiamo seguito, nei quali si è cercato di comprendere e di spiegare come l’intreccio tra esternalizzazione delle frontiere, accordi economici e militari siano profondamente intrecciati l’un l’altro. Frontex, processo di Khartoum, accordi bilaterali tra Stati che emergono proprio sulla base di questo schema e che hanno reso evidente come il nostro paese si muova in Nigeria come in Libia, e perfino in Tunisia.Ed è proprio in questo Forum che abbiamo trovato la conferma di come l’Italia, in accordo con l’Europa, si stia muovendo per affrontare con un nuovo approccio la questione migratoria. Per quanto abbiamo potuto direttamente constatare, la Tunisia si candiderebbe a diventare al posto dell’Italia lo Stato che salva i migranti in mare per poi, così dicono le nostre fonti, riportarli in Africa nei grandi campi di accoglienza. In questo modo si ridurranno i morti in mare e l’Italia non dovrà avere il peso di accogliere profughi e richiedenti asilo direttamente. I migranti saranno concentrati nei campi in attesa che le loro domande di asilo siano accolte e chi intende arrivare per trovare un futuro migliore dovrà prendere altre strade e altre rotte, sempre più difficili e pericolose. I migranti del campo tunisino che protestavano anche contro UNHCR e i governi erano la dimostrazione tangibile di un futuro prossimo denso di preoccupazioni. In questo quadro noi abbiamo provato ad illustrare la proposta sulla quale stiamo lavorando, cioè di coinvolgere le ambasciate italiane per concedere i visti di protezione umanitaria.

Da Tunisi ci pare che l’Europa, anziché porre sul piano globale un ragionamento sulla responsabilità comune di tutti gli Stati aderenti alla Carta delle Nazioni Unite per aprire un percorso di protezione umanitaria gestita a livello internazionale, cerchi ancora una volta di affrontare le sue responsabilità – basti pensare a cosa sia successo dopo la guerra in Libia – affidando il lavoro di guardiani delle proprie frontiere ad altre nazioni, che avranno così finanziamenti, formazione, accordi e armamenti adeguati al proprio ruolo.

MH
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