3 Ottobre a Lampedusa. Quello che non ho visto

Nicola Pedrazzi – NEV

A Lampedusa non ero mai stato prima. Sul volo di ritorno mi ha morso la sgradevole sensazione di non esserci davvero stato. Mi è parso di averli sognati, quei bagni blu, quell’estate fuori tempo massimo. Mi è parso di averla persa, di essermela persa, la frontiera di cui tanto avevo letto, su quelle stesse pagine dove ora toccherebbe a me lasciare uno sguardo utile a chi non c’era. Ma cosa dire, cosa raccontarvi, del nostro 3 ottobre sull’isola?

Potrei descrivere con dovizia di particolari la funzione ecumenica celebrata nella parrocchia di San Gerlando: quelle mani spontaneamente tese, strette e alzate al cielo nella piazza antistante la chiesa. Potrei raccontarvi dell’abbraccio senza fine che i lampedusani hanno riservato a don Mimmo, semplice e luminosa figura di dialogo, che ha chiuso il proprio mandato circondato da cristiani e musulmani. Potrei scrivere di una giovane coppia siriana che i corridoi umanitari hanno portato da Beirut a Torino e che per desiderio di testimonianza ha seguito la nostra spedizione sull’isola. Potrei dipingervi la gratitudine che ho respirato nei loro occhi, profonda come il mare che non hanno tentato di attraversare soltanto perché Waad, la moglie di Nazem, aveva (ed ha) troppa paura dell’acqua. Potrei insistere con lo zoom sulla commozione di Waad nel cimitero di Lampedusa, farmi interprete delle emozioni che deve aver provato quando abbiamo preso il largo su un barcone turistico, con a bordo frutta fresca e caffè. Sapeva che presto il mal di mare l’avrebbe tormentata, ma mai avrebbe rinunciato, così mi ha detto, “a stare tutti insieme” in una giornata di sole.

Se accenno e sorvolo su queste belle istantanee è perché sono convinto che a dare voce al 3 ottobre di Mediterranean Hope sia soprattutto ciò che non ho visto. A Lampedusa non ho potuto visitare il “centro di prima accoglienza”, vicinissimo al centro abitato ma chiuso in una conca dell’interno, né ho conosciuto le persone che momentaneamente lo abitano. Una sera, all’imbrunire, mi sono imbattuto in lunghe ombre: ragazzi africani di chissà quale nazione stavano passeggiando sulla sterrata in direzione centro: mi sono parse silenziose formichine nere, incuriosite e distanti dal cicaleggio delle luci, dei suoni, dei turisti. Di Lampedusa non ho toccato con mano la dimensione tragica. Tra il 3 e il 4 ottobre, l’ho appreso in aeroporto dai giornali, oltre 10.000 persone hanno attraversato il canale di Sicilia. Io ero affacciato su quelle stesse acque, ma non mi sono accorto di nulla. A poche ore dall’ennesimo sbarco al molo Favaloro, il porto dell’isola galleggiava pigro; il passeggio su via Roma, brulicante di ristorantini e bancarelle, proseguiva allegro e ininterrotto. In conclusione, complice il clima mondano che ha fatto da sfondo al primo “3 ottobre nazionale” (mostre, palchi, telecamere, autorità, RAI, sipario), la sensazione che mi domina è di non averci capito un gran che. Su quale isola ho camminato? Sulla frontiera ultima, sullo scoglio simbolico assurto a lapide di tutti i caduti del Mediterraneo? O su una ridente, banale, località di mare?

Su nessuna delle due e su entrambe. Perché chiunque racconti – i telegiornali, le agenzie turistiche e, sia chiaro, io stesso – piegano il proprio racconto a propri scopi. Non è un caso che Marta, Francesco e Alice, gli operatori di Mediterranean Hope che dal 2014 vivono stabilmente sull’isola, raramente si ritrovino nelle considerazioni di chi passa senza fermarsi. Persino nei confronti della stagione estiva, i loro sentimenti sono ambivalenti: da un lato, come tutti, ne godono fino in fondo la fugace vivacità, dall’altro, alla pari dei lampedusani, sanno bene che soltanto i tempi lunghi dell’inverno restituiranno al posto la sua vera natura, e con essa il rapporto che soltanto chi persevera può intrattenere con quell’isola.

Per parte mia, ho riportato a casa non più di due impressioni. La prima: visto dalla collina al calar del sole, l’hotspot di Lampedusa non è diverso da una prigione. Sembra ma non lo è, perché gli occhi che dalle finestre ci guardavano, le mani che a mo’ di fazzoletti ondeggiano verso di noi in segno di saluto, appartengono a persone libere. La seconda: Lampedusa è un posto minuscolo e gigantesco, una metafora del mondo. Risiedono in questo la sua poesia e la sua tragedia. L’insuperabile difficoltà di raccontarla.

MH
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