A Scicli è Coppa d’Africa

di Gerardo Filippini, educatore di Mediterranean Hope presso la Casa delle Culture di Scicli

Roma (NEV), 24 gennaio 2017 – Vorrei poter vedere una partita di calcio con lo sguardo dei ragazzi di Casa delle Culture, vorrei assaporare a fondo la bellezza di uno sport ormai troppo commercializzato, sponsorizzato e griffato. Immaginare un gesto e un tocco di palla come in un racconto di Soriano, dove il calcio diventa epico e odora di leggenda. Una leggenda che rivive negli occhi dei nostri ragazzi, ogni volta che scorrono le immagini che vedono protagonisti giocatori dei loro Paesi di provenienza.

E’ iniziata da qualche giorno la Coppa D’Africa, attesa con trepidazione ed entusiasmo, i ragazzi aspettano il calcio d’inizio. Finalmente si gioca, ed è una piccola folla di tifosi, quella che si riunisce davanti al bagliore del grande schermo allestito per l’occasione. Si ride, si scherza, partono urla da curva sud (o da curva nord), non importa se è per la squadra dell’uno o dell’altro, se un Paese non c’è perché non è riuscito a qualificarsi è comunque festa: “siamo Africa, mille popoli una nazione”. C’è l’orgoglio di vedere i propri beniamini, di vedere dopo molti mesi quel mondo nero, con tutti i suoi enormi problemi, ma anche con una forte carica di colori e luce. Rivivere la straordinaria normalità di un momento spensierato, un momento sospeso tra i ricordi di casa, del viaggio e le angosce per un futuro che ancora non ha intrapreso il cammino. E’ vera magia vedere i volti dei ragazzi sereni. Si riscatta cosi anche il calcio, che ritorna, per lo spazio di un paio d’ore, quello che era, e dovrebbe tornare ad essere: intrattenimento puro.

Tra emozioni e “quasi goal” prosegue la partita, Omar è in prima linea, stasera gioca la squadra del suo paese, è emozionato dal primo scorrere delle immagini, l’inno nazionale è l’apoteosi. Si alza con la mano sul cuore e lo segue a fior di labbra, parola per parola. Gli altri ragazzi lo prendono in giro, tifano tutti insieme la squadra avversaria, solo per il gusto di canzonarlo un po’. Omar è solo, si alza al minimo accenno di azione che possa portare al sospirato goal. Si siede, si rialza, stringe i pugni, sospira. Dopo minuti infiniti, finalmente arriva il grande momento, alla fine di un contrasto in area, esplode l’urlo liberatorio di Omar: GOAL GOAL GOAL, si scatena la gioia di tutti, anche di quelli che fino al minuto prima hanno gufato contro. Ma chi se ne importa, abbracci e una mini ola per festeggiare suggellano degnamente la fine della partita. Si riaccendono le luci, si discute ancora un po’: “il rigore c’era”, ”grande partita”, poi pian piano ci si saluta e tutti a nanna , domani sarà un’altra grande giornata di sport, un altro momento da vivere assieme.

E’ una condivisione nella semplicità, quello che viviamo quotidianamente con i nostri ragazzi. Rivedo in loro quella capacità che avevamo noi ragazzini di famiglie operaie vissute negli anni 60: di godere di piccole cose, di stupirsi, di fantasticare. Avevamo impresso sulla nostra pelle i ricordi della fatica e della fame dei nostri genitori, la loro voglia di riscatto anche attraverso la migrazione. Forse il nostro compito di educatori è proprio questo: non disperdere, ma conservare con forza, il loro sguardo tenero e tenace sul mondo… nonostante tutto.

MH
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