Sara, dagli Appennini a Lampedusa: “Un passo indietro, anzi avanti, per accogliere i migranti”

Lampedusa (NEV), 19 febbraio 2020 – Una nuova volontaria con lo staff di Mediterranean Hope, programma migranti e rifugiati della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, sull’isola di Lampedusa.

Chi sei? Raccontaci un po’ di te.

Mi chiamo Sara Lusini, ho 38 anni e lavoro con immigrati richiedenti asilo politico. Ho una formazione un po’ trasversale, da sempre legata alle discipline visuali, porto avanti da più di 10 anni progetti laboratoriali legati alla fotografia, soprattutto di auto-edizione, volti alla costruzione di racconti a più voci, che ho svolto in diversi luoghi e con le più disparate tipologie di persone.

Vivo a Pieve Santo Stefano, un paesino di 3000 anime fra gli Appennini, dove sono nata e dopo vari peregrinamenti tornata. Mia sorella invece ha scelto Barcellona come città dove prendere la residenza, per questo la sento un po’ come la mia seconda casa o almeno quella dove mi piace scappare quando ho bisogno.

Come hai conosciuto il lavoro di Mediterranean Hope e come è nata la scelta di proporti come volontaria?

Lavorando con i richiedenti asilo, ho visto tante persone scese dai barconi che hanno cercato di costruirsi una vita nella tanto ambita “Europa”. Il mio compito era proprio quello di aiutarli in questo delicato passaggio. Li incontravo, in qualche caso, dopo pochissimo tempo che erano arrivati e li lasciavo, a volte anche dopo anni.

Con il tempo, è maturato in me il desiderio di fare un passo indietro o forse meglio dire in avanti, di iniziare ad accoglierli ancora prima, di ripercorrere anche se in modo veramente infinitesimale un pezzettino di un macro flusso che coinvolge il mondo intero. Avendo in questo periodo del tempo da dedicarmi, ho deciso di esaudire un mio desiderio, venendo a Lampedusa.

Conoscevo la realtà di Mediterranean Hope da qualche tempo, ne avevo sentito parlare nel mio ambiente lavorativo e quando ho deciso di partire mi è sembrata la cosa più naturale da fare, chiedere di poter partecipare ad un programma di volontariato nell’osservatorio migranti che MH gestisce da anni sull’isola.

Il primo impatto con Lampedusa com’è stato?

Arrivare a Lampedusa a febbraio, a prescindere da tutto, mi ha fatto sentire una persona privilegiata, l’isola è bellissima, ci sono solo i lampedusani, tutti quelli che ho conosciuto fino ad ora mi hanno accolto a braccia aperte e poi, per dirla in poche parole, sono dove volevo essere e questo mi fa stare bene.

Negli ultimi giorni ci sono stati diversi sbarchi. Insieme all’operatrice Claudia Vitali hai seguito come facciamo sempre questi difficili momenti, accogliendo i migranti al molo Favaloro. Come ti sei sentita?

Ho seguito il primo sbarco il 14 febbraio, l’ho vissuto metaforicamente come un battesimo, ero emozionata, zitta, ho cercato di osservare il più possibile quello che accadeva intorno a me. Quando è iniziato lo sbarco vero e proprio li ho guardati scendere fin che ho potuto, dopo di che mi sono messa alla distribuzione dell’acqua. In un primo momento in modo quasi automatizzato, poi sempre più sciolto fino a che sono finalmente riuscita a sorridere e dire a chi mi passava di fronte “ciao, welcome!”.

Prossimi progetti? Cosa ti aspetti da questo mese di volontariato con MH?

Il prossimo obiettivo è andare a camminare in Africa a febbraio dell’anno prossimo, anche questo è un sogno a lungo termine quindi ci sto lavorando insieme ad un gruppo di persone da un po’ di tempo. Progetti, invece ci sono due laboratori/mostre in cantiere e in ogni caso ritornare a lavorare con gli immigrati al più presto.

Venendo dai monti spero di fare pace con il vento, condizione climatica alla quale non sono proprio abituata, tutto il resto sta già realizzando le mie aspettative.

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