Casa è dove si trova il cuore

La rubrica “Lo sguardo dalle frontiere” è a cura degli operatori e delle operatrici di Mediterranean Hope (MH), il progetto sulle migrazioni della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI). Questa settimana “Lo sguardo” proviene da Lampedusa, è stato scritto da Marta Barabino ed è una “lettera d’amore” per la Casa delle culture di Scicli

In questi mesi sono successe tante cose, ho incontrato e conosciuto tante persone, scoperto nuovi universi. So che sono solo all’inizio di una lunga strada, ma sento che il tempo passa e io cresco e cambio cercando di tenere il ritmo.

Sento però il dovere di prendere qualche minuto per ripercorrere il mio itinerario, per volgere un pensiero e ringraziare chi per primo mi ha accolta a Mediterranean Hope, dandomi l’opportunità di vivere un’esperienza così ricca ed entusiasmante.

Sono arrivata a Scicli ad agosto, gremita di turisti e schiacciata sotto il caldo dell’estate, e ho imparato giorno dopo giorno la vita del Sud Italia: orari, tempi e abitudini nuove hanno iniziato a dettare le mie giornate. Mi sono scontrata con il dialetto e ho riscoperto la meravigliosa cucina siciliana. Ho imparato a conoscere i pensieri che percorrono le strade dei comuni siciliani, vedendo come l’accoglienza e la disposizione a percorsi di integrazione possano cambiare il volto della città e dei suoi abitanti, non senza fatiche, ma con grandi risultati e una lunga strada ancora da percorrere.

Dal giorno in cui ho messo piede alla Casa delle Culture, ho sentito l’aria frizzante dell’apertura al prossimo, della disposizione al dialogo, dell’impegno a seguire noi volontarie, ricercatrici, stagiste nei nostri percorsi. Le porte sempre aperte, l’andirivieni di operatori, ospiti, amici, collaboratori mi hanno fatto capire che non si tratta soltanto di una casa, ma di un crocevia, dove le traiettorie di famiglie, singoli, bambini, ragazzi e adulti si incontrano, si sfiorano e si intrecciano.

La Casa delle Culture, con i suoi colori, i suoi bimbi e i suoi operatori, sarà sempre casa, in qualche modo, così come lo è stata per tante persone prima di me, e sono sicura lo sarà per molte altre a venire. Il calore dell’accoglienza, la grande disponibilità delle persone, la possibilità di potersi sentire sempre in un luogo sicuro sono sicuramente ciò che porterò nel cuore con più nostalgia.

Mi sono state raccontate le fatiche con cui questa Casa ha aperto le sue porte, e sorrido adesso sapendo che quelle stesse stanze sono un punto nevralgico per lo scambio, l’accoglienza e l’ascolto. Le lingue che si parlano al suo interno sono tante: l’Europa si mescola con l’Africa, con il Medio Oriente e crea spettacoli culturali, etnici, linguistici. La lingua che permette a tutti di entrare in contatto è la lingua del cuore: bimbi che a stento parlano l’italiano riescono a giocare con i coetanei attraverso una comunicazione altra, più profonda e talvolta dimenticata dai grandi. 

Le persone che ho incontrato mi hanno insegnato l’importanza dell’ascolto, del rispetto dello spazio e dei tempi dell’altro, della comprensione delle fatiche e dei limiti che talvolta la vita impone. Ho visto mamme e figli riabbracciarsi, bébé muovere i primi passi dandomi la mano, piccole studentesse chiedere la differenza tra “ha” e “a”, fratelli e sorelle giocare, litigare, condividere il succo a merenda. 

Alla Casa delle Culture la differenza è la regola, le attività cercano di coinvolgere il numero più vasto di persone, cercando di non lasciare nessuno indietro. Certo, questo costa talvolta fatica e tante attenzioni, ma i risultati che si ottengono lasciano sempre dei grossi sorrisi sulle labbra e nel cuore. 

Il lavoro degli operatori è talvolta silente, invisibile, eppure fondamentale perché questa “macchina” continui ad andare avanti e giorno dopo giorno ricordare e ripetere con piccoli e grandi gesti l’importanza dell’accoglienza, dell’incontro e dell’ascolto. 

Durante la mia esperienza a Scicli ho percepito che il lavoro continuo e silenzioso non solo era rivolto agli ospiti e agli utenti della struttura, ma anche a me e alle volontarie accanto alle quali ho lavorato: ho sentito come il mio progetto fosse stato capito e accolto dagli operatori, che mai hanno esitato a propormi incontri e occasioni di crescita e apprendimento, a presentarmi persone e storie sapendo che avrebbero arricchito il mio bagaglio di conoscenza, ma anche ampliato le mie capacità di comprensione di questa realtà. 

La naturalezza degli scambi ha fatto sì che si instaurasse un rapporto di fiducia tale da potermi permettere di capire e seguire le storie dei nostri ospiti, aiutarli per quanto possibile nel loro percorso e mostrare loro sostegno nei piccoli bisogni della quotidianità. 

Non dimenticherò mai l’energia, lo spirito di coinvolgimento e la dedizione con cui sono stata accolta, e con cui – sono certa – ogni ospite, volontario o curioso prima e dopo di me è stato e sarà accudito varcando quella soglia.

In una piccola città della Sicilia, spesso al resto d’Italia sconosciuta, si nasconde un mondo pieno di sfumature, suoni, voci e pensieri in movimento continuo, che alimentano la voglia di farcela ancora una volta, di mettersi in gioco e di tenere aperte le porte di Casa per chiunque voglia entrare.

X