Siete mio fratello e mia sorella

foto di Elisa Biason

La rubrica “Lo sguardo dalle frontiere” è a cura degli operatori e delle operatrici di Mediterranean Hope (MH), il progetto sulle migrazioni della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI). Questa settimana “Lo sguardo” proviene da Lampedusa ed è stato scritto dal volontario Giovanni D’Ambrosio

Lampedusa (NEV), 8 giugno 2021 – Come stai? Sono Giovanni, piacere. Sono Tareq. Sono Amina. Sono Muktar. Sono Mahmud. Sono Samira. Io? Sono italiano, di Torino. Sì è nord, vicino alla Francia. Io sono tunisino. Sono etiope. Sono siriana. Sono del Bangladesh. Sono egiziano. Sono somala. Siete a Lampedusa, in Italia. È un’isola piccola nel mezzo del Mediterraneo ma presto sarete trasferiti in Sicilia. Grazie a Dio. Alhamdulillah.

Sono centinaia i volti e i nomi che abbiamo visto e ascoltato. Un’umanità che attraversa più di venti paesi, tre continenti, uno o più deserti, uno o più mari, una o più guerre. E arriva a Lampedusa, ai margini dell’Europa ma al centro del Mediterraneo. Ed è lì che noi li incontriamo.

È impossibile ricordare tutti i volti, i racconti o i momenti in cui alcuni di loro hanno deciso di condividere un pezzo della loro storia con noi. Le storie, come i nomi, si accalcano e si confondono specialmente quando centinaia di persone raggiungono l’isola in poche ore.

La maggior parte di loro però racconta delle stesse paure e sui visi c’è la stessa gioia di essere arrivati vivi. Le esperienze traumatiche vissute in Libia e nel mare appena attraversato, il terrore di essere rimandati indietro. In molti e in molte ne portano i segni addosso, sul proprio corpo.

Birhan è arrivato a Lampedusa nella notte. Insieme ad altri cento compagni di viaggio hanno lasciato la barca su una spiaggia e si sono incamminati verso le luci del paese. Li abbiamo incontrati nel buio. Ci mettiamo un po’ ad accorgerci di lui. Quando lo vedo mi spavento. È completamente ustionato. Prima che l’ambulanza lo porti via scopriamo che lui insieme a un’altra ventina di persone arrivate quella notte sono sopravvissuti a un naufragio avvenuto una decina di giorni prima non lontano dalle coste libiche. Sembrerebbe che un uomo si sia avvicinato troppo alle taniche di benzina riunite vicino al motore fumando una sigaretta provocando così un’esplosione che ha lasciato vari morti e decine di dispersi. A circa due settimane da quei fatti, Birhan, che si trovava vicino all’esplosione, si è salvato, si è rimesso in mare ed è arrivato a Lampedusa il giorno del suo diciottesimo compleanno. Ora è in Italia, dove potrà essere curato.

foto di Elisa Biason

Altri invece non arrivano. Alcune settimane dopo 17 persone sono soccorse da un rimorchiatore che lavora alle piattaforme petrolifere tra la Libia e Lampedusa e li porta sull’isola. Sbarcano circondati dai giornalisti accorsi a documentare le migliaia di persone arrivate in poche ore. L’hotspot è stracolmo. In 1700 circa sono stipati all’interno superando di gran lunga i 250 posti disponibili. Loro sono gli ultimi arrivati e in attesa del tampone per il covid-19 sono sistemati in una tenda della protezione civile fuori dai cancelli. Sapendo che erano stati soccorsi mentre si arrampicavano sulle fondamenta della piattaforma ci avviciniamo per chiedere se stanno tutti bene. Purtroppo due persone sono decedute durante il viaggio. Così racconta uno dei naufraghi sopravvissuti. Partono dalle spiagge libiche di Al-Zawiya. Durante la notte incontrano sulla loro strada una grossa nave che non li vede e gli passa talmente vicino da far sbandare il gommone su cui viaggiavano sbalzando fuori bordo due giovani donne nigeriane. Madre e figlia. Non si sa altro su di loro, nessuno le conosceva. Scompaiono nella notte e gli altri non possono fare altro che proseguire. Il giorno successivo incontrano le piattaforme e legando tra loro i vestiti che hanno addosso riescono a issarsi su, venendo poi soccorsi dal rimorchiatore.

Come dicevo, nonostante tutte e tutti abbiano storie e passati diversi. Chiunque arrivi a Lampedusa concorda nel definire la Libia un paese assolutamente non sicuro. Mariam è una testimone. Una giovane donna di 24 anni, somala. La incontriamo al molo Favaloro. Il suo è il ventunesimo sbarco in circa 36 ore. In meno di due giorni duemila persone hanno raggiunto il piccolo porto dell’isola. L’hotspot non può contenerli tutti e a causa del maltempo che impedisce l’attracco ai moli delle cosiddette navi quarantena centinaia di migranti sono costretti a rimanere per ore al molo favaloro, in attesa di liberare l’hotspot, appunto. Ci accorgiamo di Mariam perché rimane seduta per terra nello stesso punto dove poche ore prima era sbarcata insieme ai suoi compagni di viaggio. Non riesce a camminare. Ci mettiamo a chiacchierare con lei. Parla perfettamente inglese e anche un po’ di indi grazie alle numerose serie tv inglesi e indiane di cui afferma sorridente di essere appassionata. Poi ci guarda e decide di raccontarci perché non può più camminare. Era appena arrivata in Libia quando al confine con il Sudan è stata rapita la prima volta dalle milizie libiche e portata in una prigione nella città libica di Beni Walid. Chiedono migliaia di dollari per liberarle. Filmano lei e la sorella mentre vengono picchiate e torturate per ore. Video da mandare alla famiglia per chiedere il riscatto. Ma loro i soldi non li hanno, non così tanti. La sorella di Mariam è assassinata a sangue freddo di fronte al suo sguardo incredulo. Interrompe il racconto. Si commuove. La abbracciamo e la ringraziamo di volerci raccontare la sua storia. Akhi wa Akhti dice in arabo rivolgendosi a noi. Siete mio fratello e mia sorella. Ci chiama così ringraziandoci di ascoltarla e consolarla. Poi continua. La picchiano così tanto da crederla morta e la buttano per strada. È lì che viene trovata e soccorsa. Portata in ospedale e curata. Poi riesce a trovare un posto dove stare, un rifugio che credeva sicuro. Purtroppo non è stato così. Ci racconta che sei mesi prima di prendere il mare dei militari libici in divisa hanno fatto irruzione in casa picchiandola di nuovo pesantemente sulla schiena chiedendole di nuovo soldi, soldi. Si commuove di nuovo ma non vuole smettere di raccontare. Da quel momento in poi non riuscirà più a camminare e inizierà a soffrire di attacchi epilettici. I medici libici non riescono a capire quale sia il problema. Rischiare il mare e l’Italia potrebbero essere l’unica speranza per essere curata. Andiamo insieme al poliambulatorio dell’isola. Nella sala d’attesa incontriamo altri testimoni che portano sul corpo i segni delle torture subite in Libia. Malik, un ragazzo di 23 anni, anche lui somalo, si ferma a parlare con Mariam raccontandole di essere stato picchiato selvaggiamente. Come lei sulla schiena e sul resto del corpo in una prigione in Libia. In ospedale a Tripoli hanno deciso di amputargli una gamba sotto al ginocchio e svariate dita dei piedi e delle mani. Nonostante tutto questo sorride. È contento di parlare con noi, di essere in Italia, di poter curarsi le ferite.

Mariam, Birham e Malik, come i naufraghi che abbiamo conosciuto sono solo alcune delle migliaia di persone arrivate a Lampedusa. Persone che potrebbero raccontare storie molto simili o magari decisamente diverse a quelle riportate. L’importanza di ascoltare e di raccogliere le testimonianze di coloro che arrivano si riassume forse in due parole dette da Miriam mentre raccontava: Akhi wa akhti. Siete mio fratello e mia sorella.

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