Da Bergamo a Scicli pt.3

La rubrica “Lo sguardo dalle frontiere” è a cura degli operatori e delle operatrici, dalle volontarie e dai volontari, di Mediterranean Hope (MH), il programma sulle migrazioni della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI). Questa settimana “Lo sguardo” proviene da Scicli ed è stato scritto da Francesco Previtali. .

Francesco Previtali e Daniela Testa sono due trentenni di Bergamo, lei neuropsicomotricista, lui insegnante di sostegno. Dopo essersi sposati  hanno deciso di trascorrere 9 mesi a Scicli, operando come volontari presso MH-Casa delle Culture, progetto della FCEI nella cittadina siciliana. Di seguito, Francesco racconta il periodo conclusivo della loro esperienza.

“È una bella mattina di inizio giugno: io, Daniela e Ahmad, ospite siriano di Casa delle Culture, siamo sulla spiaggia di Sampieri con i ragazzi “nuovi”. Sì, “nuovi” perché arrivati “freschi freschi” dal corridoio umanitario libico. Abdulazim, Souleyman, Ibraheem e Sami originari del Sudan e Ahmad della Palestina. I sudanesi sono fuggiti anni prima dal loro paese, prima dell’ultimo sanguinoso conflitto tra Forze Armate Sudanesi (SAF) e paramilitari delle Forze di Supporto Rapido (RSF), esploso nel 2023 e tutt’ora in corso. Alcune delle città dove hanno vissuto, come Al-Fashir, sono oggi dei “cimiteri”, come tiene a precisare Ebraheem. Ahmad, invece, si era spostato in Libia per lavoro, appena prima del 7 ottobre 2023: a causa della guerra non è più rientrato a Gaza. Non vede la sua famiglia da tre anni, ma continua a sostenerla economicamente tramite rimesse. Ahmad, per la precisione, è originario di Zeitoun, cittadina della striscia di Gaza famosa per l’abbondanza di piante di olivo. Oggi non rimane più niente: l’esercito israeliano ha raso al suolo tutto, trasformando quello che era un distretto agricolo in una distesa di polvere. Quando si chiede ad Ahmad come sta egli risponde: “Male, un palestinese in questo periodo non può stare bene.” 

È la prima volta che andiamo al mare con i ragazzi: sono euforici! Saltano nell’acqua, gridano, corrono sulla battigia: sembra di vedere dei bambini giocare. Dopo un po’ siedo sulla sabbia con Ebraheem. Lui sorride e mi dice in inglese: “Questo genere di situazione è impossibile in Libia. Probabilmente qualcuno chiamerebbe la polizia e verremmo picchiati.”. Mi spiega che in Libia la vita degli emigranti è durissima. Nonostante una persona possa avere una casa e un lavoro (per esempio, Abdulazym insegnava inglese in una scuola internazionale, Souleyman lavorava come spazzino, Ahmad in un magazzino di legname), vige un tremendo regime di apartheid. Uno straniero, specialmente se di pelle scura, al di fuori del suo luogo di lavoro non deve farsi vedere in giro. Non può frequentare i luoghi pubblici, nemmeno andare al mare a fare il bagno o a correre per le strade. C’è sempre il rischio che la polizia ti fermi, ti perquisisca, ti derubi degli oggetti di valore e ti lasci sulla strada dopo averti pestato. Per non parlare di ciò che accade nei centri di detenzione dei migranti, veri e propri lager dove avviene ogni genere di abusi. Ebraheem mi comunica che la cosa che apprezza di più dello stare a Scicli è la sensazione di sicurezza: essere finalmente in un posto sicuro, con intorno persone amiche.  

Nelle settimane successive, oltre alle canoniche lezioni di italiano, organizziamo diverse uscite in luoghi naturalistici, in particolare sul Fiume Irminio e sul Torrente Cava Volpe. Ogni volta vedo nei loro occhi lo stupore e il piacere di scoprire luoghi nuovi o di incontrare qualcosa che ricorda la loro terra di origine. Vedo Ahmad emozionarsi per una pianta di pomodoro cresciuta tra i sassi del fiume, raccoglierne una foglia e passarsela sotto il naso e in bocca: “Palestina!”. Ebraheem è estasiato dal rumore dell’acqua che scorre: “Rimarrei qui tutto il giorno. Questo suono cura le mie ferite.”. Sami fa dei video lunghissimi in cui inquadra l’acqua che scroscia tra i sassi e le erbe che crescono tra le rive. Abdulazim, vincendo la sua paura dell’acqua, passa un sacco di tempo a mollo in una pozza insieme a Daniel, un volontario originario del Colorado.  

Siamo contenti di aver potuto accogliere i nuovi arrivati. Abbiamo notato come le nostre menti si siano attivate: nuove persone, nuove storie, nuove necessità a cui rispondere. Sarebbe bello fare ancora un po’ di strada insieme. Oramai, però, luglio è arrivato, e con esso anche la fine del nostro periodo di volontariato. Siamo veramente grati di aver potuto vivere questa esperienza. Cosa ci rimarrà di Scicli? Certamente resteranno con noi il ricordo di un tempo più lento, i tramonti visti da San Matteo, la fragranza delle scacce, il mormorio delle onde a Sampieri, il mistero delle cave, il giallo dei campi in fiore, il verde cupo dei carrubi. Ma, soprattutto, ci rimarrà il senso di paese: la sensazione di essere entrati a far parte di una comunità interculturale. Sarà strano tornare a Bergamo, girare per la città e non essere salutati per strada e in piazza. Rimarranno con noi anche alcune persone, colleghi e volontari che oggi possiamo chiamare “amici”, e la cui visita attendiamo in quel di Bergamo! Arrivederci, Scicli!”

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