Come il sacerdote ed il levita: una riflessione sulle migrazioni

di Giovanni Arcidiacono, presiedente dell’Unione cristiana evangelica battista d’Italia (UCEBI)

Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?» Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Costui rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso». E Gesù: «Hai risposto bene; fa questo e vivrai». Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?». Gesù rispose: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto».

Il 6 maggio 2009, circa 200 persone, su tre barche dirette in Italia, vennero intercettate da motovedette italiane, trasferite a bordo e ricondotte a Tripoli. Le autorità italiane le informarono della loro destinazione e non iniziarono alcuna procedura di identificazione. Tutti i loro effetti personali, ivi compresi alcuni documenti attestanti la loro identità, furono confiscati dai militari. Dopo dieci ore di navigazione furono consegnati alle autorità libiche. Nel maggio 2017, in un’intervista alla rivista Internazionale, il comandante della missione EunavFor Med, Enrico Credelino, dichiarava: «Noi creeremo un assetto libico in grado di fermare i migranti prima che arrivino in acque internazionali, quindi a quel punto non sarà un respingimento perché saranno i Libici a soccorrere i migranti e a fare quello che riterranno opportuno».

Risulta evidente l’intento politico fondamentale dei governi italiani: sostituire i respingimenti, per i quali siamo stati condannati dalla Corte europea dei diritti umani (Cedu) proprio in seguito ai fatti del 2009, con accordi atipici bilaterali, per il controllo extraterritoriale della migrazione al fine di far svolgere tutte le misure di contrasto allo Stato terzo, evitando il coinvolgimento diretto in attività lesive dei diritti umani.

Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre.

I supporti economici, tecnici e logistico-militari agli Stati terzi, attraverso la fornitura di mezzi idonei al controllo delle proprie frontiere e al rimpatrio, la formazione di una Guardia costiera specializza nell’azione di contrasto dell’emigrazione, il finanziamento per la costruzione dei centri di detenzione per migranti, favorisce la commissione da parte dello Stato terzo di gravissime violazioni dei diritti umani e sostanzia la responsabilità per complicità dell’Italia in seguito agli accordi con la Libia. Secondo il min. Salvini, in tal modo ridurre partenze e sbarchi significa ridurre i morti, e ridurre il guadagno di chi specula sull’immigrazione clandestina. Come per il sacerdote e il levita il «passare oltre» concretizza in modo moderno una subdola omissione di soccorso gravemente lesiva dei diritti umani! Vuol dire non vedere gli occhi vitrei di Josephine, l’unica sopravvissuta al recente naufragio libico, e non ascoltare le sue parole: No Libia, No Libia! Per essersi rivolto dall’altra parte.

Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, lo mise sulla propria cavalcatura, lo condusse a una locanda e si prese cura di lui.

19 luglio 2018. Il corpo di una donna e di un bambino per 48 ore in mare, su un pezzo di legno, prima di essere recuperati dalla nave della Ong spagnola Open Arms, che accusa della loro morte la Guardia costiera libica: li hanno lasciati affondare perché rifiutavano di salire sulla motovedetta che li avrebbe riportati indietro. Non è ancora finito il viaggio delle due vittime, una donna e un bimbo: con la camerunense messa in salvo il 18, sono sulla Open Arms che li porterà in Spagna, perché l’Italia e Malta si sono rifiutate di accoglierli. «Ospitalità» ci sarebbe stata solo per Josephine, la miracolata, ma la Open Arms ha rifiutato, anche perché «gli atteggiamenti e i toni del governo italiano non ci danno sicurezza», spiega Riccardo Gatti, comandante italiano della Ong. (La Repubblica)

Il giorno seguente estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno.

La cooperazione con gli Stati di origine o transito di migranti è posta ormai da un paio di decenni al centro delle politiche dell’Unione europea: in Europa occidentale si sono venuti delineando tre gruppi di paesi che, dal punto di vista delle politiche migratorie, appaiono nettamente distinti: 1) gli Stati che si affacciano sul Mediterraneo, dove il meccanismo principale di ammissione, fino al precedente governo, è stato rappresentato dalla regolarizzazione ex post di migranti clandestini o irregolari; 2) gli Stati continentali in cui la presenza straniera è più consolidata e dove l’accesso alla procedura di asilo ha costituito a lungo, accanto al ricongiungimento famigliare, il principale canale di accesso; 3) gli Stati degli euroscettici, il gruppo di Visegrad, che sono contrari ad accogliere i migranti e tantomeno quelli che si trovano sul territorio italiano.

Fino a che punto gli Stati Europei hanno cura dei migranti? Fin dove arriva la condivisione della ricchezza di un Stato con chi vive condizioni di precarietà e di rischio per la propria sopravvivenza? Come sono garantiti i Diritti Umani all’interno degli Stati europei?

Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui».

1997: anno ecumenico della solidarietà delle chiese con gli sradicati. Il segretario del Consiglio ecumenico, Konrad Raiser, nel messaggio di Natale scriveva: «Noi lanciamo una sfida alle chiese di tutto il mondo a riscoprire la propria identità, integrità e vocazione, come chiese dello straniero. Il servizio agli sradicati è stato sempre considerato diaconia, sebbene in maniera periferica nella vita di molte chiese. Ma noi affermiamo che è anche una questione ecclesiale. Noi siamo chiesa dello straniero, la chiesa di Gesù Cristo, lo straniero». Queste parole conservano la loro potente attualità per tutta la cristianità europea. Per le chiese italiane oggi è un imperativo! Siamo la Chiesa di Gesù Cristo, lo straniero! In particolare, per le chiese battiste italiane predicare oggi l’evangelo del Regno significa impegnarsi nell’emancipazione degli oppressi, testimoniando che l’amore di Dio per il mondo diventa credibile attraverso la pratica dell’amore, della solidarietà e dell’accoglienza per un mondo riconciliato, più giusto e in pace.

Gesù gli disse: «Va’ e fa anche tu la stessa cosa».

La chiesa è la comunione di fratelli e di sorelle che sperimentano la misericordia di Dio. Essa deve divenire prossima dei perduti, dei disperati dei senza futuro per donare loro la speranza viva, la salvezza di Cristo per una nuova comunione in cui nessuno sia discriminato, in cui il conforto, il perdono e l’amore siano praticati sapendo che «Nell’Amore non c’è paura; anzi l’amore perfetto caccia via la paura» (1a Giovanni 4, 18).

MH
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