La rubrica “Lo sguardo dalle frontiere” è a cura degli operatori e delle operatrici, dalle volontarie e dai volontari, di Mediterranean Hope (MH), il programma sulle migrazioni della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI). Questa settimana “Lo sguardo” è un po’ speciale ed è stato scritto da un nostro ex operatore in Libano, Simone Scotta, in ricordo di una persona che ha collaborato con noi per tanti anni.
E’ morto Bayan.
E’ mancato dieci giorni fa – domenica mattina, 10 maggio. My best friend, come ho sentito dirgli tante volte – devo metterlo in grassetto, deve risaltare.
Scrivo di lui solo ora, con un po’ di distanza temporale e certamente fisica – vivo a Berlino, Beirut è un ricordo di qualche anno fa, ormai.
Mi manca il Medio Oriente e mi mancano persone come Bayan – dirette, vive nel senso più vero del termine, che vivono la giornata pienamente e no, non la guardano da un oblò.
Gennaio o Febbraio 2016: Paolo Naso in mezzo al traffico – lui seduto accanto a te, nella macchina a sette posti insieme agli amici di Sant’Egidio, io nel baule praticamente con Pieter Wieers, ebbene dicevo Paolo Naso ti chiede “it’s everyday like this the traffic?” (E’ tutti i giorni cosi il traffico?) e tu, laconico, “everyday like that” con macchine a destra e sinistra, completamente bloccati, decidiamo di tornare indietro. Sarà il nostro futuro negli anni successivi – traffico senza fine nel caos di Beirut.
Bayan al Mokhtar: autista, in parte logista nella prima parte di progetto Corridoi Umanitari in Libano. Druso, navigato, ha vissuto in Africa dove ha cercato in parte fortuna durante gli Anni ‘80, anni di guerra civile in Libano.
Bayan che mi faceva arrabbiare perchè buttava lattine e resti di cibo direttamente fuori dalla macchina appena ci fermavamo per un caffè o una pausa, in una delle mille visite a famiglie segnalate per il progetto.
E’ morto Bayan che, dopo aver speso tanto tempo con lui e imbeccato da Francesco (Piobbichi) ci invita a cena e noi, con Luciano Griso e Sara Manisera, ci mettiamo a discutere di Siria e Bashar el Assad e lui dà, certamente al sottoscritto, una piccola grande lezione sui ribelli in Siria e su quella che era diventata, purtroppo, la rivoluzione del 2011/2012.
E’ morto Bayan, che a Tripoli fece un lavoro che dire encomiabile è dire poco per convincere il padre di Falak a far partire la bambina e Yasmine, la moglie e madre della bimba (senza cui Falak oggi non sarebbe più in vita), prima di lui – per fortuna tutto risolto in extremis. Altroche Field Officer o Operations Specialist di cui le organizzazioni si riempiono la bocca.
E’ morto Bayan, con le sue mille sigarette, con il suo vociare ad alta voce (ho un ricordo nitido a maggio o giugno 2016, fuori dall’Hotel Mayflower, base operativa del progetto per i primi sei/nove mesi di progetto) che pure il sottoscritto, Maria Quinto e Toufic, traduttore, ci dobbiamo interrompere – nonostante fossimo al secondo piano dell’hotel, e lui fuori a salutare altri autisti e Francesco.
E’ morto Bayan: ti ricordo con questa foto, fatta a Naame (sud di Beirut) in questo quartiere chiamato “Mashrua Mizer” – che suona come Progetto Miseria, traducendo e giocando con le parole dall’arabo – definito colonna in quel pezzo del 2018 e da cui non posso discostarmi oggi.
E’ morto Bayan, vecchio cavallo: nel suo non cambiare praticamente mai le strade che percorreva per portarci qui e la, in Bekaa, come in Akkar, come nel sud del Libano – ecco qui si, devo ammettere che un po’ piu’ di varieta’ c’era nelle strade percorse.
E’ morto Bayan: il tuo nome pronunciato aperto, come lo dice Francesco, con la “YA” aperta, che dà una bella cadenza. Che tu possa avere sollievo, che possano avere sollievo le tue figlie Jana e Lama, tuo figlio Hamza e tua moglia Inas.